“Border” un film di Ali Abbasi

- Aprile 15, 2019

Una creatura ibrida, partorita e rifinita a pennello.

È difficile raccontarvi di Border – Creature di confine senza svelarvi troppo, ma ci proverò. Ci troviamo nella profonda Europa del Nord, Tina lavora come guardia alla dogana e stana i malfattori. Non è una donna come tutte le altre a causa di un ‘difetto’ genetico: tra le sue particolarità c’è anche una percezione sensitiva al di sopra del normale, soprattutto nell’olfatto, capace di spingersi fino ad avvertire l’odore delle emozioni attorno a sé. L’esistenza apparentemente prosaica di Tina è destinata a mutare dal momento in cui alla dogana incontra un uomo a lei simile, Vore, verso il quale sarà inesorabilmente richiamata e attratta.  

L’ultima fatica di Ali Abbasi, regista di origine iraniana, ha già fatto leccare i baffi ai critici di Cannes vincendo il primo premio della sezione Un Certain Regard insieme alla recente nomination dell’Academy per il Miglior Trucco. Border effettivamente è uno di quei film d’autore che ti entrano dentro in maniera viscerale, perché ti turbano, ti emozionano e ti sorprendono. Border è un incontro ai confini della realtà, di una realtà quotidiana, a noi molto familiare in cui la protagonista è esclusa perché diversa e sola. Inizialmente però non traspare il desiderio di immortalare una situazione discriminatoria, anzi Tina nella sua semplice esistenza ha un lavoro che le permette di essere utile, di sentirsi riconosciuta e apprezzata. Tuttavia vive ai margini, in una foresta, con un coinquilino a cui offre la casa in cambio di un po’ di compagnia e gentilezza. Una vita segnata da sofferenze ed esclusioni, ma non tanto per le colpe della società o della cultura, quanto più per la sua stessa natura in cerca della propria identità nel mondo umano: proprio per questo l’incontro con Vore sarà l’irresistibile chiave di volta per trovare se stessa.

Ma Border è molto più di un racconto dalle tinte socialmente impegnate. Ali Abbasi sfida lo spettatore, gioca con la sospensione dell’incredulità spingendola fino ai confini del realismo per poi sfondarne le pareti. Fin dall’inizio il film trasuda di un realismo impregnato di atmosfere vicine al fantastico e al fiabesco: assisti, entri nella scena ma non sai bene dove collocarti perché non riesci a capire chiaramente cosa ti trovi di fronte; questa sensazione è amplificata da procedere narrativo carico di suspense, propria di un giallo-noir. Il regista sembra essere perfettamente consapevole dell’ibridismo del suo racconto e lo gestisce con maestria, fino a che la storia non svela la proprie carte e procede sempre più palesemente verso la propria definizione. Tale essere sulla soglia permette di affondare con crudezza e radicalità su temi come le minoranze, le diversità, il rapporto natura-cultura, e molto altro, in estrema libertà, spingendosi oltre, senza urtare le aspettative di nessuno e provocando spesso una sensazione di turbamento o spaesamento nello spettatore.

Eva Melander, trasformata in maniera irriconoscibile, è bravissima. La sua animalità sensibile e grottesca, in piena comunione con la natura circostante, è costantemente palpabile ed è il forte contrasto che spesso la rende più umana di molti umani che le ruotano attorno. L’attrice non è più distinguibile, rimane solo Tina, proprio come deve essere, destinata a diventare la protagonista indiscussa di una storia sovversiva e intimamente femminista.

Non andiamo troppo oltre per non togliervi le sorprese che il film riserva. Nonostante sia uscito già da un paio settimane, in Terza Sala al Postmodernissimo c’è ancora fino a mercoledì. Ve lo consigliamo vivamente perché è una creatura cinematografica che raramente s’incontra nelle sale e che speriamo possa dare nuovo impulso al tale genere.

Border lo trovate in sala al Postmodernissimo fino a mercoledì.

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