“Cold War”, un film di Pawel Pawlikowski – Recensione

- gennaio 25, 2019

Freschissimo di tre nomination agli Oscars per Film Straniero, Regia e Fotografia, vincitore della miglior regia a Cannes e detentore di vari altri riconoscimenti europei, Cold War è arrivato a fine dicembre nelle sale e fortunatamente il Postmodernissimo di Perugia lo proietta ancora fino al 30 gennaio. Non esitate a recuperarlo, se potete in lingua originale.

«Occhi neri che piangete,
perché incontrarvi non potete»

Pawel Pawlikowski, dopo cinque anni dal suo premiato Ida (con il quale aveva vinto una statuetta), è tornato con un’opera che ha fatto esaltare tutti i critici, tanto che qualcuno ha sostenuto addirittura che chi non avesse visto questo film in sala, non avrebbe potuto affermare di essere andato veramente al cinema nel 2018. Ebbene, tolgo ogni “addirittura” e mi trovo perfettamente d’accordo: Cold War è Cinema. 

Il film racconta l’amore di una vita, quello tra il musicista Wiktor e la cantante Zula. La loro storia di passione viene vissuta tra il 1949 e il 1964, nel pieno della guerra fredda, attraversando tutta l’Europa divisa, dalle campagne polacche, a Varsavia, Berlino e Parigi. Due vite destinate a lasciarsi e riprendersi continuamente, legate da un amore sconfinato e indissolubilmente tormentato.

L’opera che abbiamo di fronte è ambiziosa: Pawlikowski continua a guardare verso il cinema dei grandi maestri, quel cinema che è eterno, perché capace di fermare il tempo – pensate solo a pellicole di Truffaut o di Bergman -, pur mantenendo una propria identità registica ben riconoscibile. Cold War ne è la prova eccezionale: un film già classico alla prima visione, capace però di rimanere estremamente contemporaneo e immediato, in modo tale da permettere da un lato di immergersi completamente nella realtà politica, sociale e umana che racconta, dall’altro di astrarre ogni contingenza storica che potrebbe renderlo obsoleto o superato. Questa è l’arte.

Il film è struggente, ma la sua drammaticità non è ostentata neanche per un secondo, anzi ogni scena è permeata di eleganza e misura e rimane contenuta nei suoi 4:3 di formato. Inoltre, tutto è sottoposto alla rigorosa regia di Pawlikowski: dialoghi molto concisi, narrazione breve, montaggio serrato che impone un ritmo lento ma sempre cadenzato. Tutto è incastrato perfettamente, in modo scarno, senza alcuna parola, inquadratura o scena di troppo, nulla è sprecato, anzi spesso le vicende sono suggerite o sussurrate indirettamente. Il rischio di questo registro, che in Cold War è particolarmente accentuato nella seconda parte, è uno sviluppo apparentemente frammentato ma ciò non accade in quanto tutta la storia è intessuta di una grazia quasi miracolosa.

Tutto questo diventa possibile anche grazie ai due protagonisti: Tomasz Kot interpreta un uomo appartenente alle classi alte della Repubblica Popolare polacca, Wiktor, musicista riservato e composto, ma sempre alla ricerca di una vita migliore e quindi libera; Joanna Kulig, invece, dà straordinariamente vita ad una semplice e giovane popolana, Zuzanna, una donna insofferente, indomabile e sempre genuina, colei che diventerà la voce magnifica e seducente di Zula.

Ovviamente questa storia non è solo amore, ma è anche la Polonia, quella patria che ha dato i natali al regista (il film è dedicato ai suoi genitori), verso cui traspare un amore controverso, voluto e periodicamente rinnegato, un legame non corruttibile nella sua essenza, quel legame che ti fa sempre tornare a casa, nonostante tutto. Perché, lontana da essa «chi diventerò?», chiede Zula, e in tale prospettiva, proprio la giovane cantante forse può diventare la personificazione stessa della Polonia, o forse no. Ma c’è di più: c’è l’Europa intera e soprattutto il cinema europeo che, da est a ovest, viene amalgamato con maestria in un’unica pellicola.

In ultimo, ma in realtà per primo, vi è ciò che corona, attraversa e snoda tutta la storia: la musica. Dall’inizio alla fine, la musica naturale e strumentale è ciò che, attraverso vari generi, scandisce le scene e i luoghi – siano essi campi, bar o teatri – accompagnando lo scorrere delle città, delle culture e dei sentimenti che essa porta con sé. La canzone stessa, che fa da colonna sonora principale, durante il film subisce trasformazioni e nuovi arrangiamenti, musicali e testuali (rimanendo sempre magnifica), proprio come continuamente fanno i personaggi, eterni cercatori che, nonostante tutto e tutti, ritornano sempre alla loro dannata e pur sempre benedetta origine.

Visita la sezione cinema del Magazine di Radio Cult, o leggi altre recensione di film dalla penna di Federico Marcovecchio.


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