IL PRIGIONIERO COREANO

- Aprile 14, 2018

La solita giornata grigia per Nam Chul-woo. Svegliarsi presto e, come ogni mattina, andare a pescare. Salutare la moglie e la figlia con l’orsacchiotto strappato tra le mani, costipate nell’unica stanza della baracca in cui vivono, per poi dirigersi verso la propria barchetta. Presentare la licenza di pesca alle guardie e salpare nelle acque di confine. Basta poco per trovarsi nel mare della Corea del Sud, davvero poco. Quella mattina la rete si impiglia nel motore, che si inceppa; la corrente in qualche attimo porta a sud. Abbandonare l’imbarcazione e tornare a nuoto è l’unica soluzione, ma quella barca è tutto ciò che gli permette di sopravvivere e di sfamarsi. Le guardie di regime dovrebbero sparargli, ma esitano, ed è già Sud.

Uno spostamento non autorizzato tra le due Coree, per Nam potrebbe essere la fine o, per meglio dire, l’inizio della fine.

Con questo prologo comincia il nuovo lungometraggio del regista sudcoreano ormai ben stimato a livello mondiale, Kim Ki-duk. Questa volta le intenzioni sono chiare: raccontare due regimi in guerra, due società che, diametralmente opposte sul piano ideologico e politico, si dimostrano analogamente totalitarie.

Prima tra i soffocanti interni di una confortevole struttura, creata per segregare e stanare “potenziali spie” nordcoreane con interrogatori e torture, poi lungo le strade trafficate della sfarzosa capitale Seoul, Kim ci porta alla scoperta della “democrazia” liberal-capitalista della Corea del Sud. Un finto paradiso luccicante dove dilaga l’abbondanza e lo spreco, baluardo di prosperità per mostrare a quelli del Nord che la felicità esiste ed è tutta lì, nel consumismo opulente, unica liberazione dalla povertà imposta dal regime comunista. «Salvare da quel regime ad ogni costo, è la nostra missione» afferma l’illuminato sudcoreano che dirige le operazioni dei servizi segreti. Nam si ritrova così intrappolato in questa rete e, senza altra via di scampo, deve scegliere tra l’ammissione di colpa o la diserzione dal proprio Stato.

Senza dubbio non meno ideologica è la Corea del Nord, dove al contrario si vive nella morigeratezza e nella povertà. Qui tutto è rinchiuso all’interno dello Stato e l’individuo ne è subordinato, perdendosi in esso.

Tra questi due poli sopprimenti scopriamo progressivamente la solida personalità di Nam, la sua coraggiosa e sensibile umanità fatta di fedeltà e di amore verso la propria terra e la propria famiglia. La sua vita sicuramente non è felice, ma è tutto ciò che ha e gli basta: per questa vita decide di lottare fino alla fine, di rimanere libero dalla corruzione e dalle allettanti “tentazioni del capitalismo”, dove la reale fonte di libertà si dimostra essere il denaro, senza il quale ti ritrovi a essere schiavo, come denuncia la prostituta incontrata da Nam tra i vicoli di Seoul in uno dei momenti più toccanti e intensi dell’intero lungometraggio.

L’analisi lucida di Kim Ki-duk è semplicemente efficace, anche se probabilmente un po’ estremizzata. Con una tecnica chiaroscurale, i due tipi di società sono polarizzati e messi l’uno accanto all’altro, facendo emergere perfettamente la natura anti-personalista di ogni governo totalitario. A noi occidentali è dato di sapere poco dell’attuale situazione coreana, soprattutto per quanto riguarda il Nord. Se ci guardiamo non troppo indietro però, è difficile non ripensare alla per alcuni versi simile situazione di contrasto della guerra fredda, quando passare da est a ovest del muro, o viceversa, significava cambiare radicalmente vita, e non era facile tornare indietro.

Non si ha davanti un film particolarmente lento o di difficile comprensione, la storia scorre inesorabilmente e ti interpella nel profondo, facendoti sentire un tutt’uno con l’urlo di Nam: «Perché tutti continuate a prendermi in giro?» Se non siete abituati al cinema orientale inizialmente potreste rimanere un po’ straniati; tuttavia, guardatelo. È un film necessario. Attualmente tragico e tragicamente attuale.

Perugini, lo trovate nelle sale del Postmodernissimo.

Trailer


Commenti

Lascia un commento

La tua mail non sarà visibile. I campi contrassegnati sono obbligatori *


Radio Cult

Background