IL VIZIO DELLA SPERANZA – Un film di Edoardo De Angelis

- novembre 27, 2018

Proprio mentre le strade e le vetrine cominciano a riempirsi di addobbi e lucine colorate, nelle sale è uscito il vero film natalizio di quest’anno. Intendiamoci, se state pensando a poltrone per due, a miracoli nella 34a strada o al mostriciattolo verde che odia le feste, vi ho confuso. Non volevo evocare niente di tutto questo.

Lasciamo da parte per qualche secondo i regali, il camino acceso e il pranzo dei pranzi e parliamo di quella che potrebbe essere l’essenza del Natale: la nascita di una speranza. Edoardo De Angelis, dopo il recente successo di Indivisibili, è tornato con il suo quarto lungometraggio, Il vizio della speranza, premiato come vincitore all’ultima Festa del Cinema di Roma.

Siamo ancora a Castel Volturno, provincia di Caserta. Una giovane ragazza, Maria (Pina Turco), vive e fa il suo dovere senza desiderare né sognare, occupandosi solo di traghettare le ragazze di Zi’ Marì (Marina Confalone), la signora ingioiellata che tiene stretto il suo potere, dimentica con l’eroina e si arricchisce gestendo un giro di prostituzione e di adozioni. Le sue ragazze offrono il loro fertile corpo per mettere al mondo bambini i quali vengono venduti poi a famiglie che li desiderano.

Maria, con la sua fedele Cane, fa il suo lavoro, silenziosamente e senza battere ciglio, e intanto si dedica anche alla madre ormai mentalmente compromessa. Nel momento in cui però anche lei, misteriosamente, rimane incinta, in poche settimane, senza accorgersene, tutto cambia.

De Angelis mette in scena una sua personalissima parabola. In una terra (simile in qualche modo a quella del Dogman di Garrone) dove la quotidianità è degradata e degradante, dove si è circondati solo da fatiscenza, spazzatura e sfruttamento, dove neanche le acque del fiume riescono a purificare la sporcizia e diventano invece strumento di morte e deterioramento, la speranza – la virtù umana per eccellenza, il motore della vita e del futuro – è diventata un vizio. Vuoi sperare una nuova possibilità, un miglioramento, una novità? Sbagli, e perirai.

Questo è il mondo che ci viene schiaffato in faccia senza alcun preavviso né spiegazione fin dall’inizio e proprio in questo mondo, fatto di figure femminili che non riescono più a generare vita, viene raccontata una storia di maternità, intesa come il percorso primigenio verso la nascita, la nascita di un qualcosa di nuovo, di una comunità di esseri umani che sembrano aver dimenticato la loro natura.

Il vizio della speranza è un opera lirica, poetica, ma allo stesso tempo cruda e reale. De Angelis si muove, con un crescendo, tra realismo e simbolismo poetico, intrecciandoli senza soluzione di continuità. Se quella che vediamo è una realtà purtroppo veramente presente lungo alcune zone del fiume Volturno, essa però viene raccontata con un’estetica che ci dà quasi la sensazione di trovarci in un futuro post-apocalittico; i personaggi, che sembrano voler denunciare la situazione di quelle donne dimenticate o diventate semplici corpi da sfruttare, assumono presto il ruolo quasi archetipo di bene e male, di parti costitutive del racconto il quale, dispiegandosi, si carica sempre più del valore di una parabola.

Lo stesso De Angelis ha definito il film come una preghiera laica, un inno – non solenne ma sofferto – alla speranza, al coraggio e alla resistenza, che, partendo dal fango della terra e della povertà si trasfigura gradualmente in un quadro allegorico e poetico, che attinge a piene mani dalla tradizione evangelica.

Il racconto è arricchito anche da una sapiente combinazione di ingredienti tratti dalla cultura partenopea e con dimensioni più tribali provenienti da quella africana – grazie anche alla stupenda colonna sonora di Enzo Avitabile – e da una fotografia orientata a esaltare i volti dei corpi immersi costantemente in un’atmosfera fredda e tagliente.

Senza scendere nei particolari narrativi o tecnici vi consigliamo un film che, pur non risultando sempre fluido, non cede il passo a semplici languori emotivi o a toni moralistici, ma riesce a parlare di rinascita sia attraverso una dimensione intima e confidenziale, sia caricandosi di un’accezione universale e primordiale. Il vizio della speranza esprime la capacità umana di alzare la testa davanti ad ogni abbandono nichilistico alla schiavitù o alla rassegnazione e di guardare verso un nuovo orizzonte.

In fin dei conti, qualsiasi fiume, sporco che sia, sfocia sempre in un mare aperto, lì dove ogni giorno sorge un’alba sempre uguale e sempre nuova.

Il Trailer

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