L’ISOLA DEI CANI

- Maggio 5, 2018

Dal 19 marzo scorso ogni lunedì al Postmodernissimo è stato proiettato un film di Wes Anderson per ripercorrerne tutta la carriera nell’attesa della sua nuova fatica: L’isola dei cani, il suo nono lungometraggio, nonché secondo film d’animazione in stop-motion. Se siete alieni dal cinema contemporaneo magari il nome non vi dice molto, eppure stiamo parlando di colui che ha dato vita a film come I Tenenbaum, Moonrise Kingdom e il più recente e noto Grand Budapest Hotel. Ancora niente? Se così fosse, avete un buon motivo per recuperarli (la rassegna del lunedì al PostMod dura fino al 14 maggio).

Simmetrie, humor e umanità bizzarra. Così, in modo estremamente sintetico, potremmo descrivere il cinema di Anderson. Ricercatore ossessionato di un’estetica e di una narrativa accurata, minimalista, squadrata e, senza dubbio, oltremodo affascinante.

Ma veniamo a L’isola dei cani, sbarcato da poco nelle sale. Ci troviamo in un Giappone distopico dove gli uomini parlano giapponese e i cani inglese. Questi cani, però, sono stati confinati e deportati dal sindaco di Megasaki City sull’Isola della Spazzatura, in quanto affetti da una contagiosa influenza canina. Niente più cani domestici, né cani randagi. I cittadini si schierano tra pro e anti-dog. In questa circostanza il piccolo fanciullo Atari Kobayashi si troverà ad atterrare su questa tossica isola-discarica per cercare il suo cane Spots, iniziando così il suo viaggio accompagnato da cinque cani buffi, affamati e malridotti.
Dopo Fantastic Mr. Fox, Wes torna a raccontare attraverso la stop-motion, quella tecnica di animazione che meglio gli permette di giocare con i suoi personaggi, liberamente e creativamente. In questo caso viene usata con grande maestria grazie anche alla cura certosina del regista texano.

In fin dei conti, L’isola dei cani è una favola politica, in cui ci sono corruzione, giochi di potere, emarginazione ed esclusione; tuttavia, entrando nel mondo di Anderson, tutto assume un tono un po’ più leggero, ordinato e divertente, pur rimanendo fortemente realistico e adulto. Il ritmo della narrazione è incalzante, soprattutto nei primi atti scanditi incessantemente dagli imponenti tamburi della colonna sonora. Invece l’ultimo atto, a mio parere, perde leggermente la sua efficacia narrativa, forse a causa di una troppo essenziale bidimensionalità dei personaggi. I veri protagonisti risultano essere solo i cani, i quali si dimostrano più umani degli umani anche se pur sempre con un’indole canina (tra questi il randagio Chief svetta decisamente).
L’estetica, invece, rimane sempre magnifica, ricca di particolari e di straordinarie prospettive simmetriche. A questo punto, dunque, poco importa se abbiamo davanti un’opera in alcuni punti troppo sottile ed essenziale nella stratificazione dei personaggi, che potrebbe non andare a genio a tutti; importa invece che Wes Anderson ha davvero il grandissimo merito di rendere la settima arte ogni volta più bella.

Insomma gente, nel giro di poche settimane avete nelle sale due film di Sorrentino e uno di Wes Anderson. Spegnete Netflix (e cugini) e andate al cinema.

P.s. Vi ricordate la canzone de I Cani? Avrebbero meritato un cameo nel film.


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