MENOCCHIO | Incontro con l’autore Alberto Fasulo

- Novembre 10, 2018

Menocchio, così veniva chiamato Domenico Scandella, il mugnaio friulano di Montereale che verso la fine del sedicesimo secolo fu processato dall’Inquisizione. Quest’uomo poteva rimanere una delle tante voci dimenticate nella storia, ma la sua vicenda, apparentemente poco degna di nota, fu studiata e divulgata per la prima volta nel ’76 da Carlo Ginzburg in “Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500”, saggio che diventò l’impulso per una nuova storiografia italiana, quella che si occupava dei ceti popolari, delle classi subalterne e dei volti senza nome.

Alberto Fasulo ha deciso di portare tale episodio sul grande schermo senza creare però, come egli stesso afferma, un film prettamente storico. Nonostante la minuziosa attinenza alle fonti e ai documenti del processo, infatti ciò che interessa al regista è affrescare la storia di un semplice uomo del popolo, semi-analfabeta, che è stato in grado di sostenere una propria concezione religiosa e di esprimere il proprio dubbio e il proprio dissenso contro l’autorità costituita, pur mettendo in pericolo gli affetti e la sua stessa vita.

Fasulo non si preoccupa di caratterizzare troppo gli ambienti o gli scenari circostanti e riesce ad andare oltre il rischio di incagliarsi in un film che sarebbe stato storicamente difficile da affrontare, in quanto collocantesi in un periodo estremamente complesso dell’epoca moderna, come ha ben sottolineato nel dibattito sul film il prof.Tosti. La fine del ‘500 – il periodo che vede il diffondersi della Riforma protestante, nonché della dura reazione e contrapposizione della Chiesa cattolica – fu un’età di crisi profonda e una fase di passaggio verso i moderni Stati nazionali, l’anticamera delle sanguinose guerre di religione. In un’Italia intimorita e chiusa nei propri confini, Menocchio offre proprio quell’occasione paradigmatica di rappresentare un uomo che rimane fedele a se stesso, alle proprie idee e ha il coraggio di diventare un dissidente e di conseguenza, per quegli anni, un eretico. Questa esigenza e questo diritto al dissenso emerge con vigore lungo tutto il processo al mugnaio, raccontato nell’intera pellicola attraverso la raffigurazione della prigionia, degli interrogatori, delle torture e sintetizzato simbolicamente nel momento in cui Menocchio, in attesa dell’udienza ufficiale con i prelati, si ritrova in una stanza circondato dai volti dipinti di re e vescovi, ovvero quegli emblemi del potere e dell’autorità a cui il viso sfregiato del povero contadino viene messo di fronte.

 

La bravura di Fasulo e la bellezza dell’opera stanno nello stile pittorico di cui è imperniato il film: uno stile materico e caravaggesco che si fonda su colori e luce, che gioca con gli effetti chiaroscurali attraverso le regole proprie della pittura e che si serve di una fotografia estremamente essenziale, composta talvolta solo di una candela e un obbiettivo.

Inoltre, la scelta del cast vanta (pasolinianamente) di attori non professionisti, tra i quali primo tra tutti è il Menocchio interpretato da Marcello Martini, ex operario dell’Enel nel Vajont. Eppure, come raccontava quasi commosso Fasulo, è proprio Marcello ad aver reso davvero possibile questo film perché lui e solo lui poteva dare un volto a questo personaggio: iconico, statuario, uomo saldo e vissuto, è stato capace di far rivivere questa vicenda diventata tragicamente famosa.

Infine, la maestria nel padroneggiare i silenzi, la natura e i primi piani fanno vibrare e danno voce alla fede panteista del mugnaio, alla sua critica impudente alla Chiesa, alla sua capacità di porsi a testa alta e riescono ad arricchire un film che, nonostante la scarsa distribuzione ottenuta nelle sale, merita la sicuramente visione.

Il Postmodernissimo fa parte di quei cinema che si stanno battendo per proiettarlo, Menocchio, prodotto da Nefertiti Film e Rai Cinema, vi aspetta in sala.

 

 

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