“The Mule” un film di Clint Eastwood

- febbraio 15, 2019

Sono trascorsi dieci anni da Gran Torino, l’ultimo film di e con Clint Eastwood. Il leggendario e instancabile regista non si è riposato in questo decennio, ha girato un sacco di film, almeno uno ogni anno o due, più o meno riusciti, ma sempre degni del nome che li ha diretti. Ora è tornato in prima linea, quasi novantenne, davanti e dietro la cinepresa con quello che potrebbe essere il suo personale “De senectute”, The Mule – Il corriere, una storia ispirata alla vicenda di Leo Sharp, il veterano di guerra che negli anni ’80 si improvvisò con successo trafficante e corriere per il cartello della droga di Sinaloa, facendola franca per parecchi anni.

Questo è lo spunto che Eastwood ha scelto per il suo nuovo (anti)eroe: Earl Stone è un vecchio reduce che ha dedicato la vita a far germogliare fiori e che, dopo aver lavorato senza sosta, aver viaggiato in lungo e in largo per gli States, godendosi la vita, e essersi allontanato quasi completamente dalla propria famiglia, si trova a non aver più il lavoro e ad essere rifiutato completamente dai propri cari. Così, per circostanze fortuite, si troverà a fare il corriere per un cartello messicano, diventandone il fiore all’occhiello grazie alla sua non convenzionale, ma insospettabile, modalità di eseguire il compito assegnatoli.

Approcciarsi a questa pellicola comporta inevitabilmente tornare a Gran Torino, il film più bello di Clint Eastowood degli ultimi vent’anni: abbiamo lo stesso sceneggiatore (Nick Schenk), insieme a toni e  ambienti narrativi apparentemente simili. Se le assonanze tra i due film sembrano parecchie, in realtà dovete mettere da parte la solennità pacata e il respiro drammatico che permea il precedente; con The Mule siamo alle prese, di fatto, con una dramedy che, pur mettendo in scena questioni come la vecchiaia, il rimorso, la famiglia, i cambiamenti generazionali, per la maggior parte rimane una commedia amara e brillante, che ha un solo ed unico centro: Earl/Clint.

Earl Stone ha novant’anni ma è ancora pieno di vita e immune da qualsiasi irrigidimento morale: vuole divertirsi con le belle donne, guidare e cantare Frank Sinatra. È anche un vecchio conservatore che è rimasto fuori dalle novità della società, come la tecnologia e il politically correct; è un uomo che cerca un’ulteriore possibilità con le persone che ha trascurato per una vita, ma altresì desidera un riscatto per l’ultima fase della propria vita, affinché non si spenga insipidamente. E anche se per farlo si dedica a ciò che oggi è ormai il villain per eccellenza nel cinema americano – il narcotraffico messicano – tuttavia rimane sempre buono e affabile. A ben vedere, pur con lo stesso inconfondibile e penetrante sguardo di ghiaccio, Earl Stone è forse quanto di più lontano dal Walt Kowalski di Gran Torino.

Per come si svolge l’intreccio semplice e schematico, The Mule è un road-movie in bilico tra commedia e dramma, che non intraprende mai in modo deciso, eccetto sul finale, la strada del thriller poliziesco, nonostante la caccia all’uomo della DEA, capitanata da Colin Bates (Bradley Cooper), abbia un ruolo fondamentale per lo snodo narrativo. I messaggi sono chiari: la vita non sempre offre seconde opportunità e, se così non fosse, esse costerebbero un caro prezzo. Clint, alle soglie (ahinoi) della fine di una sterminata carriera, sembra voler riflettere su cosa rimane una volta giunti al termine della vita e se è possibile, in qualche modo, recuperare il tempo perduto o rimediare agli errori commessi. Rimpianti, perdono, cambiamento. Non a caso Iris, la figlia di Earl, è interpretata proprio da Alison Eastwood.

Eppure, nonostante tutte queste riflessioni, molti critici americani hanno biasimato i cattivi esempi che il film suggerisce. E qui sorge spontanea una domanda: ma siamo seri?

Dopo lo sgomento iniziale, riflettendoci potremmo essere d’accordo. Cioè, intendiamoci: le critiche pseudo-democratiche dei paladini del politicamente corretto, che si scandalizzano per battute (di un sempre buono Earl) su lesbiche o neri, sono abbastanza grette. Tuttavia, è vero che ciò che, personalmente, rimane di The Mule non sono i valori che confezionano perfettamente la storia, ma le semplici vicende e gli spassosi intermezzi che la costellano. Ciò che resta davvero è il Clint/Earl delle piccole cose, aperto e disincantato verso la vita, verso le persone e verso i piccoli o grandi piaceri: Clint che balla con le passionali signorine, Clint che scherza con i narcotrafficanti messicani, Clint che mangia il “panino al maiale più buono del mondo”.

Nessuna auto-celebrazione per una delle carriere più straordinariamente longeve di Hollywood, ma anzi una dimostrazione che l’umiltà profonda insieme alla fragile e indistruttibile tenacia, che emergono da Earl Stone, sono il commovente e indimenticabile coronamento di una corsa (non ancora al capolinea) che dura senza sosta da decenni e che ha segnato gli immaginari di intere generazioni.

“And I knew all of my life, that someday it would end
Get up and go outside, don’t let the old man in”

Lo trovate in sala al Postmodernissimo di Perugia fino a mercoledì 20 febbraio.

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