UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

- Aprile 6, 2018

In una piccola saletta del Postmodernissimo inizia la proiezione di Un sogno chiamato Florida (The Florida Project), finalmente arrivato nei nostri cinema. Lo aspettavo e mi incuriosiva dato che, uscito negli States nel 2017 e presentato già in diversi festival – tra cui quello di Torino -, ne avevo sentito parlare bene, ma da noi tardava ad arrivare, probabilmente perché, come succede con molti altri film degni di questo nome, la nostra distribuzione aspetta gli Oscars per promuovere meglio pellicole che si teme nessuno veda…d’altra parte come competere con i grandi blockbuster che ogni settimana invadono gli schermi dei multisala? Tuttavia, l’Academy ha per lo più ignorato questa nuova opera di Sean Baker (Tangerine), eccetto una candidatura a Willem Defoe (scritta a caratteri cubitali sul poster del film). Inizia, non ho aspettative troppo alte.

Due ore dopo, scorrono silenziosamente i titoli di coda. Sono attonito e commosso. Non superficialmente ma dentro, nelle viscere. Che l’Academy si fotta.

Siamo vicino Orlando, a due passi dalla capitale americana del turismo per piccoli e grandi, Disney World, il sogno di ogni bambino. Forse. Almeno non sembra così per i tre bambini protagonisti della prima scena. Capitanati dalla “piccola” dispettosa Moonee (il fenomeno Brooklynn Prince), questi tre pargoli, tutt’altro che deliziosi, giocano a sputare sulle macchine e insultano i passanti.

Benvenuti al Magic Castle. Un motel a due piani, dalle mura decorate di un lilla accesso e un po’ ripugnante, con piscina. Qui pernottano persone, uomini e donne, con molti bambini, infinitamente distanti dai ricchi turisti che popolano la zona. Qui siamo nella periferia, nell’America degli invisibili, tra le mura di chi si arrabatta per vivere o di chi si accontenta di vivere nella propria povertà umana. Tra questi c’è Halley (Bria Vinaite), giovane ragazza madre di Moonee, che tra canne e alcol rivende illegalmente profumi, paga la stanza e si occupa di nutrire la figlia che tratta più come una sorella minore con cui divertirsi, giocare e basta. Ma Moonee combina più danni che altro e tocca così discutere di continuo con il manager del motel, Bobby (uno statuario e vissuto Willem Dafoe), che cerca in qualche modo, con autorità e preoccupazione, di mantenere l’ordine nella sua attività.

Non mi soffermerò ulteriormente sulla trama, perché tradirei in modo imperdonabile il film, come ho già fatto nelle righe che avete appena letto. Infatti, i due terzi delle scene sono occupate dai bambini, dalle loro giornate estive e dai loro giochi fastidiosi, inopportuni e chiassosi, eppure estremamente ingenui, davanti ai quali non si può non ridere o sorridere. Da questo mondo tutto sommato allegro, in cui poco si percepisce la desolazione circostante, ci viene aperto il sipario sugli adulti che occupano il motel, sulle loro vite e sui loro drammi. La carne al fuoco è parecchia e difficile da trattare, ma Sean Baker riesce a mantenere per tutto il film uno sguardo abbastanza distaccato e sempre profondamente realistico, crudo, che ti spiattella in faccia la realtà, mai edulcorata o sbilanciata verso facili sentimentalismi.

Proprio per questo, le storie del Magic Hotel ti penetrano e ti rivoltano le viscere, uniscono cervello e cuore e ma li mettono uno contro l’altro.

Lo sguardo è sempre quello ingenuo e sorridente dell’infanzia, ma questo rende tutto ancora più difficile.

Se non si era capito, ho amato questo film.

“Sai perché questo albero è il mio albero preferito? Perché è crollato. E continua a crescere”.


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