Diversamente creativi

- maggio 14, 2018

Diversamente creativi, una giornata all’insegna della partecipazione.

Una mattina decisamente uggiosa, ho pensato tra me e me venerdì alle 9.30, mentre attraversavo con l’ombrello corso Vannucci per raggiungere piazza IV Novembre. Lì si sarebbe dovuta tenere la dodicesima edizione di “Diversamente Creativi”, manifestazione organizzata dall’Assessorato ai Servizi Sociali, Edilizia Pubblica, Famiglia, Pari Opportunità del Comune di Perugia, che vuole promuovere percorsi di integrazione, inclusione sociale e sensibilizzazione sul tema della disabilità.

Una pioggia bizzosa ha però costretto ad un cambio di location e l’evento si è spostato nell’atrio di Palazzo dei Priori, sotto i portici della piazza e all’interno del chiostro di S. Lorenzo, un riparo prestigioso che non sa affatto di ripiego.

Presenti diverse associazioni del territorio, tra cui CSG, Consorzio Auriga, Cult – Community Hub, e tanti, tantissimi ragazzi da vari istituti e da alcuni centri diurni della regione. Ragazzi che non si sono neanche minimamente fatti scoraggiare dalle condizioni meteorologiche non proprio ottimali e si sono invece alacremente dedicati ai loro progetti, mostrando con orgoglio i loro manufatti ed esibendo con un pizzico di emozione i loro cavalli di battaglia. E scelgo questa metafora non a caso, perché, tra le diverse iniziative, all’interno di un recinto allestito in piazza, sfilavano due splendidi esemplari di equini che hanno attirato l’attenzione dei più, che non si sono lasciati scappare l’occasione di un autoscatto simpatico. E poi laboratori di ceramica, di disegno, di artigianato e tessitura e tanta musica, quella messa su da alcuni adolescenti che, al ritmo di reggaeton, hanno animato il chiostro della Cattedrale con un po’ di profana ma sana goliardia. Ma, soprattutto, quella eseguita nell’atrio di Palazzo dei Priori dai ragazzi di Segni Particolari, gruppo composto dagli ospiti dei centri diurni di Gualdo e Gubbio che si sono cimentati con i pezzi cult della canzone italiana, dimostrando di saper tenere il “palco” con grande professionalità.

A coordinare l’evento, insieme all’Assessore Edi Cicchi, Maria Grazia Marcacci, Consigliere Comunale di Perugia che si muoveva tra le attività con il sorriso stampato sul volto, perché – mi ha spiegato – l’azione, meglio se creativa e giocosa, di cui i ragazzi hanno dato ampia dimostrazione, è l’unica strada per l’inclusione, insieme alla creazione di una rete tra tante piccole realtà, unica via per fare grandi cose.

Nel mio vagare tra laboratori sono stato richiamato, sotto i portici della piazza, dalle voci allegre di alcuni bambini impegnati con le mani in un mosaico color porpora e con la mente in un ideale viaggio mitologico che da Enea e Didone li ha portati attraverso i colori del Mediterraneo alla scoperta delle nostre origini, per approdare a una divertente consapevolezza di ciò che oggi siamo. Guida del percorso è stata la Prof.ssa Stefania Guerralisi, docente all’Università di Tor Vergata e all’UNI Upmat di Roma, che ha messo a punto una disciplina ormai accademicamente riconosciuta, la “musicarterapia”. Si tratta di un programma – ci ha raccontato scrupolosamente la Prof.ssa – che ha al centro l’uomo nella sua globalità, sensoriale ed espressiva, e basandosi sul concetto di sinestesia, attraverso la globalità dei linguaggi stimola una creatività unica e soggettiva, riattivando nel piano più profondo la reazione alla sofferenza in persone che riscoprono gradualmente il piacere. Un percorso quindi indicato a tutti, non solo ai portatori di handicap, in una comune ricerca della propria realizzazione di bellezza, che, come già diceva il buon Dostoevskij, salverà il mondo. Con questa chiosa, la Prof.ssa si è congedata da noi, tornando ai bambini e ai colori.

Guardandomi intorno, non ho saputo identificare la cosiddetta “diversità”, ma solo tanta, forte condivisione tra ragazzi ugualmente mossi dalla voglia di esprimersi in qualcosa di unico, insieme.

“Diversamente fantastici” ha scritto uno studente su uno dei post-it affissi su una bacheca messa nell’atrio di Palazzo dei Priori, “tutte le forme di arte sono necessarie, anche quelle diverse, perché sono necessarie agli altri”, recita un altro bigliettino. La sensibilizzazione alla tematica della diversità parte dall’educazione, e qui pare che stia riuscendo nell’intento.

La parola chiave della giornata non è stata però “diversità”, bensì “partecipazione”, che sola – Giorgio Gaber docet –  può garantire la libertà. Libertà di combattere per i propri obiettivi, anche quando sembrano insormontabili, come ci insegna la storia di una ragazza diversamente fantastica, di cui riportiamo una lettera a nostro avviso necessaria:

 

“Sono E., ho 35 anni e, sin dalla nascita, mi trovo in carrozzina a causa di un danno celebrale: provocatomi al momento del parto. Per questo motivo: non mi è possibile deambulare in maniera autonoma, ho una grande incoordinazione nei movimenti e, infine, possiedo un’importante disartria comunicativa (non riesco a pronunciare bene le Parole). Nonostante tutto ciò, i miei genitori, pur essendo consapevoli della mia grave condizione fisica, mi hanno sempre incitato a condurre una vita cosiddetta normale (anche se la normalità non esiste). A 3 anni circa, giocavo con una bambina, vicina di casa, ed eravamo sempre sorridenti e allegre; anche se io cominciavo a percepire che lei, a differenza mia, riusciva a camminare. Sempre a 3 anni, ho iniziato a frequentare la scuola dell’infanzia. Qui ero affiancata da un’insegnante specializzata, che si prendeva cura solo di me. Fin da piccola, adoravo lavare i piatti, come tutti i bambini di questo mondo, per sentirmi grande; pur avendo forti difficoltà nell’utilizzare le mani. Per questo, all’asilo, la mia maestra di sostegno aveva costruito una piccola cucina, apposita per me, con: un piccolo lavandino, dei piatti, dei bicchieri e delle pentole di plastica; per farmi divertire. In questo ambiente educativo, inoltre, tale insegnante, con il suo aiuto, mi faceva provare a distribuire i bavaglini ai miei compagni, tutti i giorni al momento del pranzo. Questa attività mi impegnava molto e, nello stesso tempo, era un grande divertimento perché mi faceva sentire anche utile per gli altri. Durante l’infanzia, ero sempre insieme ai miei cugini, in particolare con una cugina che aveva 7 mesi più di me. Con loro mi divertivo moltissimo, perché mi facevano, in continuazione, dei dispetti assai simpatici e molti scherzetti. In questo primo periodo della mia vita, i miei genitori ed io andavamo a trovare i nonni e gli zii ad Apecchio; un paesino situato nella regione Marche. Quando stavo insieme ad una mia zia, adoravo andare a fare spesa con lei. Nel momento in cui questa zia mi portava davanti al supermercato con il passeggino, io le facevo cenno di darmi la sua lista della spesa, i soldi per pagare e le dicevo, attraverso il mio modo di comunicare, di voler essere lasciata sola nel chiedere le cose, da comprare, alla commessa. Quando la commessa non riusciva a comprendermi, mia zia suggeriva, da dietro, senza farsi vedere da me; in modo da farmi fare le cose, il più possibile, in autonomia. Dopo che la signora del negozio mi metteva, dentro il passeggino, i prodotti che le avevo chiesto, le provavo a dare i soldi; anche se non mi si riusciva ad aprire bene la mano. Amavo, inoltre, andare a fare le passeggiate con le mie zie ed i miei cuginetti, in quanto ero molto contenta di stare in mezzo alla gente e, soprattutto, tra i miei coetanei. Come già detto sopra, i miei genitori hanno permesso che io vivessi appieno tutte le tappe della crescita. Grazie a loro, anche dal punto di vista educativo, ho avuto la possibilità di svolgere un percorso formativo ben strutturato: ho frequentato la scuola primaria, quella secondaria inferiore, la scuola secondaria superiore e l’università. Entrata in prima elementare, a causa del grande danno subito alla nascita, non ero in grado di pronunciare nessuna parola, ma riuscivo soltanto a sillabare. Risultavo tanto carente anche nel far di conto; per me, contare fino a 10, era assai difficile. Per leggere una pagina di una favoletta, inoltre, ci impiegavo quasi una giornata. Di fronte a tutto questo, però, in terza elementare, il nuovo dirigente scolastico era stato in grado di conoscermi nel profondo e di captare le grandi potenzialità cognitive che presentavo. Egli era convinto che io fossi una bimba tanto intelligente e, per questo, riteneva che sarei riuscita a mettere a frutto tutte le mie risorse cognitive attraverso l’utilizzo di un computer. Per tale motivo, il dirigente scolastico aveva deciso di mettermi a disposizione un computer, creandomi un software adeguato alle mie possibilità motorie e cognitive. Si trattava di un programma a scansione, il quale mi consentiva di fermare il cursore, che passava per le letterine dell’alfabeto sul monitor, poggiando direttamente una mano sulla tastiera; quando si presentava il segno alfabetico che mi interessava. In questo modo, io potevo finalmente riuscire a comunicare tutti i pensieri che possedevo nella mia testa. Arrivata in prima media, mi trovavo molto disorientata, perché non ero ancora in grado di seguire le lezioni dei docenti di classe; in quanto alle scuole elementari non mi avevano abituato far ciò insieme ai miei compagni. L’ambiente del circolo didattico secondario inferiore, però, era tanto ricco di stimoli, che mi permettevano di tirare fuori tutte le mie potenzialità e, di conseguenza, di seguire le lezioni insieme a tutti i miei compagni. Sempre in prima media, ho conosciuto un’insegnante molto preparata. Nel momento in cui questa professoressa ha compreso le mie capacità ed i miei limiti e, avendo osservato come scrivevo al computer, ritenne che avrei scritto molto più veloce se avessi avuto un programma di scrittura con più opzioni. Per questo motivo, l’insegnante di sostegno chiese aiuto a suo marito, programmatore informatico, per crearmi un modello di tastiera nuova; con la quale potevo velocizzarmi e scrivere direttamente con il programma “Word”. Il marito di questa docente specializzata era riuscito a creare un modello di tastiera a combinazioni, con il quale scrivevo ogni lettera attuando una combinazione; senza aspettare la scansione che caratterizzava il programma precedente. Grazie questo nuovo metodo, riuscivo anche a produrre dei piccoli testi. Durante il percorso formativo della scuola secondaria inferiore ho avuto delle insegnanti tanto preparate, in quanto loro mi hanno accompagnato a cominciare un vero e proprio percorso di autonomia. Queste professoresse specializzate, infatti, hanno permesso che io iniziassi ad avere un minimo di interazione con le insegnanti di classe ed a fare amicizia con i miei compagni. I ragazzi, della mia classe, ed io avevamo instaurato un rapporto di stima e di benevolenza; al punto tale che ancora oggi sono rimasta in contatto con una ragazza di quel gruppo. Finite le scuole medie, sognavo di iscrivermi all’istituto magistrale, perché mi sentivo portata per le materie umanistiche. A causa delle grandi barriere architettoniche che questo circolo didattico secondario superiore presentava, sono stata consigliata di frequentare, come ripiego, l’istituto tecnico “Blaise Pascal”. Concluse le scuole superiori, io volevo molto accedere al mondo universitario, ma i miei genitori non volevano perché pensavano che non ce l’avrei mai fatta a perseguire questo nuovo percorso formativo. Nonostante ciò, ci siamo informati presso una dottoressa dell’ufficio orientamento dell’università, la quale ha convinto i miei a farmi provare questo percorso accademico presso la facoltà di Scienze della formazione degli studi di Perugia; dato che amavo interessarmi delle discipline umanistiche. Alla fine, grazie al prezioso contributo di ottimi tutor, i quali mi hanno accompagnato a seguire le lezioni e nel dare gli esami, sono riuscita a conseguire la laurea presso questa facoltà. Durante il mio percorso di studi, sia nelle scuole superiori che all’università, però, non andava più bene che il metodo che utilizzavo, nel circolo didattico secondario inferiore, per scrivere al computer; in quanto tale modalità risultava troppo lenta alle mie esigenze di scrittura. Per questo motivo, i miei genitori mi hanno portato all’istituto Serafico di Assisi, struttura di riabilitazione e di accoglienza per ragazzi ciechi, sordi e con disabilità plurime. In questo centro di riabilitazione, ho conosciuto una terapista occupazionale, che si occupava di tutti gli ausili. Grazie a questa terapista, sono riuscita a trovare un computer a controllo oculare, attraverso il quale posso, tuttora, comunicare, scrivere velocemente, telefonare, chattare, navigare su internet. Si tratta di un pc speciale, che ha 2 telecamere incorporate le quali riescono a captare la direzione dei miei occhi. Oggi, grazie al SAL (servizio di avviamento al lavoro), sto effettuando un tirocinio presso il Centro Servizi Giovani del Comune di Perugia. Questo è un centro che mette a disposizione spazi dove i giovani, fra i 14 e i 35 anni, possono svolgere delle attività educative, ricreative e ludiche; al fine di conquistare sempre una maggiore consapevolezza di sé stessi. Al centro servizi giovani si tengono anche corsi gratuiti di italiano per stranieri ed il mio ruolo attuale, in tale ambiente, è proprio quello di fornire materiale facilitato per rendere più semplice lo studio dell’italiano. In conclusione, posso affermare che vale proprio la pena tentare di non bloccarsi, a primo acchito, di fronte ai nostri limiti, piuttosto di provare a cercare, in noi, tutte le risorse per far fronte a queste nostre carenze”.

 


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