THE STORY OF NORMAN | RICORDARE PER NON AFFONDARE

- aprile 17, 2018

Quando Radio Cult ha accettato la mia richiesta per scrivere un articolo sul documentario di Nicola Bedont, “The Story of Norman“, ho pensato istantaneamente di essermi infilato in un bel guaio. Non solo perché in quella fantomatica notte, quando Fabrizio Croce decise di aprire il Norman, io dovevo ancora nascere; ma anche e soprattutto perché della scena musicale perugina che riempiva e faceva tremare le stanze di quel locale (per me “leggendario”, in quanto mai visto) conoscevo veramente poco.

Decisi così di ripensarci, richiamando la redazione per ammettere pubblicamente la mia incapacità di scrivere un articolo ricco di particolari e di eventi che erano a me, purtroppo, infinitamente oscuri. A un passo dalla chiamata, in un ultimo e malinconico giro virtuale per rileggere la data di uscita del documentario, la fortuna mi schiaffeggia e sullo schermo appare una canzone dei Supergrass postata da Emiliano Pinacoli.

Proprio lui. Emiliano. Il cantante dei Mighties, figura a cavallo tra Gualdo Tadino e Perugia, esperto di qualsiasi genere musicale (è riduttivo), ma soprattutto uomo che ha passato la sua giovinezza al Norman e la sua vita sui palchi di tutta l’Umbria (è di nuovo riduttivo).

Decido di scrivergli chiedendo un’intervista, una testimonianza o comunque una lezione sul Norman; sulla scena musicale del periodo; sui fermenti, le idee e i modi di vivere di quella Perugia; di quelle generazioni; di quegli anni. L’incontro è fissato al PostModernissimo. Mi accoglie con la solita cordialità, nascosto dal cilindro e dagli occhiali da sole rigorosamente neri; stivali di pelle, jeans strettissimi e una giacca dalla quale spunta una spilla raffigurante la copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“.

Il racconto è spedito, illuminante, come in un flusso di coscienza in fiamme. Ricordi, immagini, episodi per me impensabili. Gli stati dell’arte di una generazione intera; ma sopratutto musica: band, band, band e ancora band, che emergono con prepotenza e senza sosta dalle sue parole

Quella del Norman è una storia che parla di amicizia, fame e passione. La storia sincera di un luogo nato per dare uno spazio e un punto d’incontro ai musicisti e ai vari ascoltatori della Perugia degli anni ’90. Gli anni in cui il panorama musicale italiano era florido quanto frammentato e in cui le nuove generazioni in fermento necessitavano di luoghi dove potersi esprimere liberamente. Il Norman riuscì a incanalare tutto questo diventando, nel giro di pochi anni, il fulcro attorno al quale ha potuto felicemente roteare la scena musicale umbra e non soltanto.

Era quella tra il 31 dicembre 1987 e il primo gennaio 1988, la notte in cui il locale ha preso vita in una vecchia balera abbandonata fra i boschi di Boleggio. La miccia fu accesa dall’idea del gestore, Fabrizio Croce: “deus ex machina” di quel filo rosso che ha saputo connettere le tante vite e le altrettante band che animavano una Perugia orfana, in quel periodo, di un degno luogo in cui esprimere la propria voglia di controcultura.

Il Norman infatti raccolse l’eredità – di pubblico e di fermenti musicali (e sociali) – lasciata dalla chiusura di quella prima “ventata d’aria fresca” che fu il Suburbia. Raccolse la sua scena e tutti i suoi insegnamenti sui generi musicali, “alternativi” e di “nicchia”, che arrivavano prepotentemente dall’estero; quelli che facevano eco senza però riuscire a trovare spazio nel mercato musicale di allora: punk, hardcore, grunge, new wave, dark wave, ska, reggae e le prime forme di elettronica. Sono solo i principali filoni in cui si può provare a rinchiudere la quantità di generi che il Norman ha saputo portare all’orecchio di molti. In un periodo, questo, in cui l’internet non aveva ancora fatto il suo avvento e la fruizione musicale, così come la scoperta di nuove band, necessitava di tanto passaparola e di una buona dose di fortuna.

Da quella notte, a cavallo tra 1987 e 1988, il Norman di strada ne fece tanta. Le serate presero sempre di più una loro identità e le band, scovate nell’underground italiano e internazionale, permisero al locale di farsi un nome grazie alla qualità dei musicisti ospitati. Croce riuscì a piazzare sul suo palco artisti oggi celebri e al tempo ancora alle prime armi come Verdena, Subsonica, Baustelle e Ustmamò; ma anche gruppi sulla rampa di lancio, vedi Afterhours, Marlene Kuntz, Diaframma, Casino Royale. Inoltre, ai concerti delle band italiane si affiancarono presto quelli degli ospiti internazionali, principalmente inglesi e americani, fra i quali Thee Hypnotics, Fuzztones, Breathless, Dinosaur Jr. (alla loro prima data in Italia), The Gun Club, Steve Wynn, Minimal Compact, Thin White Rope e tanti altri.

La musica alternativa di quegli anni passava al Norman, in un periodo dove forse non si poteva ancora parlare di “scena” ma solo di gruppi a sé stanti e in cui spettava al locale l’indirizzo “culturale” della serata. Spettava al locale il compito di “incubare” un certo movimento. Emiliano conferma, infatti, questo mio pensiero: «ogni volta che andavi a vedere un concerto al Norman ne uscivi sempre arricchito. Era impossibile tornare a casa indifferente. Avevi la sensazione di partecipare a un evento irripetibile, in cui si stava dando forma a un qualcosa di più grande – un movimento, un panorama musicale – che il Norman stava plasmando o comunque, in qualche modo, aiutando a crescere».

Il Norman assolse egregiamente la propria funzione di centro nevralgico e d’incontro fra le persone. Ad un’attività musicale così dinamica, infatti, se ne affiancava un’altra – quella sociale – fatta di persone e aggregazione; più che mai viva e pulsante. È qui che la testimonianza di Emiliano diventa preziosa: «la Perugia degli anni ’90 era molto attiva dal punto di vista politico, sociale e culturale. Le band erano infatti una conseguenza di questo humus incandescente che si muoveva dal basso e che sapeva veramente di “metropolitano”».

Uno sfondo giovanile, nella Perugia di quegli anni, fatto di controcultura, idee e voglia di esprimersi. Basato sulla prossimità fisica tra le persone e che aveva trovato nel Norman il proprio punto di riferimento. Incroci di storie e situazioni; confronti continui e condivisione reale; scambio d’idee o scambio di dischi; ma anche e soprattutto rapporti tra musicisti capaci di diventare prima amicizia, poi fratellanza e infine famiglia. Prova a spiegarmi Emiliano: «eravamo un circolo di persone, di musicisti, e il cardine di tutto era il Norman. In quel luogo c’era una profonda aria di “convivenza” basata su un legame di amicizia che rimandava molto a quei panorami hardcore in cui bande di musicisti, appartenenti alla stessa scena musicale, si aiutano e sostengono reciprocamente condividendo insieme il palco e la vita».

Tra una band italiana in tour per il paese e una internazionale, infatti, Fabrizio Croce non ha mai smesso di avere un occhio di riguardo per la musica perugina e umbra. Questa attenzione per il “vivaio” e il desiderio di ogni band della zona di poter calcare il palco del Norman – visto ormai come un’istituzione – permise la nascita di una nuova scena musicale umbra, che si radicò a Perugia: Psychocandy, B-Blast, Frost, Amplessi Complessi, Irritazione, The Mighties. Sono solo alcune delle band che, grazie al Norman sono riuscite a sviluppare una propria attitudine al palco, animando così la scena del locale e riuscendo in alcuni casi ad emergere anche a livello nazionale (vedi i Frost, vincitori di Italian Wave o i più recenti Fast Animals and Slow Kids, anche loro vincitori del contest e figli della cultura musicale e dell’etica di quel Norman).

Filo comune fra queste band non fu soltanto il rapporto ossessivo con la musica, ma anche l’etica che il Norman ha saputo trasmettere loro e di cui Emiliano mi parla, riferendosi al “senso di appartenenza“.

In un periodo storico in cui la musica di un certo tipo aveva un imprescindibile carattere identitario, era necessario rivendicare la propria precisa personalità, da contrapporre allo stereotipo vigente intorno alla metà degli anni ’90 e sospinto dall’alba del berlusconismo: quello del “giovane di successo” ricoperto di apparenze.

Il Norman, infatti, offriva questa preziosa opportunità: potersi esternare liberamente in cerca di una propria autenticità come musicista, come ascoltatore; ma anche come artista o attore teatrale nelle numerose serate in cui il locale ha dato la possibilità, a forme d’arte diverse dalla musica, di esprimersi sul proprio palcoscenico: «Era un luogo per gente fantasiosa e creativa, in cui c’era gioia nel fare qualcosa senza doverlo per forza riempire di contenuti. Un rifugio ideale in cui vivere nel modo in cui ti sentivi di vivere» tende a precisarmi Emiliano.

Oltre la musica e oltre la mera cronaca storica, mi sembra che Emiliano stia cerando di farmi capire quanto il Norman abbia influito sulla formazione della sua personalità. Perché se la prima lezione appresa è stata quella del «vivere la musica come se fosse una parte di te; come se fosse una tua estensione»; la seconda e ancora più preziosa, è stata la trasmissione di un vero e proprio “modus vivendi” che, chi ha vissuto quegli anni e quel Norman, si porta ancora dietro nel suo vivere quotidiano: «il Norman mi ha fatto capire qual è il mio vero essere e quanto sia importante rivendicarlo senza nasconderlo. Mi ha aiutato a vivere, ad accettarmi per quello che sono, e mi ha dato la forza per rifiutare altre realtà in cui non mi sarei mai sentito come “parte”. Ha saputo tirarmi fuori dalla massa, evitato il mio appiattimento e ha allontanato da me la paura di esprimermi».

La discussione termina. Mi alzo stordito, mentre Emiliano mi ringrazia per avergli fatto riaffiorare ricordi tanto importanti. Dopo avermi pagato da bere mi saluta e di corsa si dirige in sala prove per suonare con la sua band, i Mighties. Ancora, dopo tutto questo tempo, a scrivere musica con la stessa passione e la stessa attitudine al garage-punk.

Tornando a casa, mentre provo a riordinare le idee, penso al Norman come una realtà fatta di persone, curiose e affamate, capaci di sfruttare il più possibile l’aggregazione e la condivisione intorno a un luogo fisico, per non rimanere inghiottite dalle dinamiche di una società che spesso non ci rappresenta.

La stessa “condivisione reale” e gli stessi “luoghi fisici” di cui parleranno, pochi giorni dopo, Nicola Bedont e Fabrizio Croce, in una discussione pubblica al PostModernissimo riguardante i fini del documentario “The story of Norman“.

In un realtà così astratta e virtuale come la nostra, in cui luoghi fisici e pratiche sociali stanno perdendo sempre di più valore e significato, rivivere l’esperienza del Norman attraverso la testimonianza di questo documentario è per tutti un’occasione unica. Non si parla di nostalgia, ma anzi di ricordo. Si parla del saper prendere spunto dalle esperienze riuscite del passato, riadattandole consapevolmente al nostro presente nella speranza di generare un migliore futuro.

Lo scopo del documentario è quello di rendere più fisiche le numerosissime comunità virtuali di oggi. Spazi come il Norman rispondevano a quello che accadeva nel mondo attraverso le loro forme associative. Un’associazione alimentata dalla memoria; dalla consapevolezza del passato; dalla capacità di saper contestualizzare il proprio periodo storico. Capacità e valori, questi, che si contrappongono pesantemente all’evanescenza e alla fuggevolezza dei contenuti che abbiamo oggi; ma che sono anche rappresentanti di un periodo che le nuove generazioni non hanno purtroppo potuto vivere e di cui, certo, avrebbero un grandissimo bisogno.

«Senza memoria non c’è futuro» dice Croce davanti a tutti al PostModernissimo, e io accetterei volentieri il consiglio di chi, partendo da zero, ha rischiato di portare a suonare i Nirvana tra i boschi di Boneggio, in una vecchia balera umida e dal soffitto bassissimo chiamata Norman.

The Story of Norman“, il documentario di Nicola Bedont sulla storia del Norman, sarà proiettato domani mercoledì 18 aprile presso il cinema PostModernissimo di Perugia. Le proiezioni del film, ad ingresso gratuito, saranno alle ore 20:30 e 22:30. Dalle 19 dj set a cura di Fabrizio “Fofo” Croce e dj Giopa. I biglietti sono disponibili da lunedì 16 aprile presso la cassa del cinema, in orario di apertura del PostModernissimo (il cinema non accetta prenotazioni telefoniche). Ovviamente, per chi non potrà essere presente il 18, il film sarà in programmazione per tutta la settimana dal 19 aprile in poi.

il trailer del documentario “The Story of Norman”, realizzato da Nicola Bedont.


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