Comunicazione positiva sull’immigrazione

- Luglio 23, 2018

A cura di  Mouktar ISMAEL ALI

Venerdì 13 aprile si è tenuto un incontro sul tema dell’immigrazione. Il titolo dell’evento era “Immigrazione: per una comunicazione positiva”. L’incontro è stato a cura della Commissione Regionale per le Comunicazioni Sociali (UCSI Umbria), e si è svolto all’interno del Festival del Giornalismo che si è tenuto a Perugia tra l’11 e il 15 aprile 2018. Cinque giorni di dibattiti, workshop e incontri per capire come va l’informazione nel mondo.

La moderazione dell’incontro è stata affidata a Maria Rita Valli, direttrice del settimanale «La Voce». L’incontro è iniziato intorno alle 16 alla sala San Francesco e dopo una breve presentazione dei relatori da parte della moderatrice ha preso la parola la professoressa Paola Springhetti, docente al Pontefice Salesiano e giornalista presso il Centro servizi per il volontariato del Lazio.

Paola Springhetti ha introdotto l’argomento parlando dei social network e affermando che non sono più solo strumenti per socializzare ma sono diventati soprattutto strumento di informazione. Il 35,5% degli italiani si informa su Facebook e perlomeno crede di sapere cos’è successo nel mondo. Un sondaggio realizzato dall’istituto internazionale IPSOS per conto del giornale «The Guardian» ha rivelato che di fronte alla domanda “Quanti sono gli immigrati nel tuo Paese?”, posta ai cittadini dei Paesi industrializzati, gli italiani sono quelli che si discostano di più dal dato reale. Maria Rita Valli si è chiesta se questa risposta era la causa o l’effetto della comunicazione sui social attorno al tema dell’immigrazione. L’informazione attraverso i social network diventa poi una specie di circolo vizioso che ci porta ad avere sempre più paura dell’immigrazione. Secondo la giornalista ciò che meraviglia non è solo la grande diffusione di bufale razziste ma la facilità con cui la gente ci crede. Questo testimonia i pregiudizi verso i migranti e la credulità.

Nei social ci chiudiamo quindi in spazi autoreferenziali. Quello che non facciamo, lo fanno gli algoritmi, chiamati filter bubbles, che creano ecosistemi informativi personali che ci isolano da ogni cosa che è conflittuale rispetto alle nostre convinzioni, e quindi rimaniamo confinati in questo modo di pensare omogeneo per cui questa visione ostile dell’immigrazione e questa convinzione di un’invasione sono diventate difficili da contrastare.

La parola è passata poi al secondo relatore, Paolo Brivio di Italia Caritas e sindaco di Osnago, in Provincia di Lecco. A parte la sua esperienza di giornalista è anche amministratore e sa cosa porta la comunicazione nella vita concreta di tutti i giorni.

Il sindaco-giornalista, basandosi su sondaggi annuali sottoposti ai cittadini dei principali Paesi industrializzati, nota che nel 2013 l’Italia era al primo posto nell’indice di ignoranza e che su diversi questionari che vanno dal numero di stranieri presenti in Italia al tasso di omicidi passando attraverso il numero di musulmani in Italia, gli italiani dichiarano in maggioranza un dato 3 o 4 volte superiore a quello reale facendo sì che la realtà e la percezione diventino due binari che non si incontreranno mai. A parere di Brivio tutto questo può suggerirci che la divaricazione tra percezione e dati di realtà è un fatto acclarato sul tema dell’immigrazione e quindi propone la sua visione di una comunicazione positiva che consiste nel rovesciare la percezione e avvicinarla alla realtà. Bisogna certamente parlare dei problemi che possono creare alcuni migranti nelle città ma anche dell’apporto che danno all’economia, dell’arricchimento culturale che portano nelle scuole, nelle chiese e nella società in generale.

La parola è passata poi a Mario Morcellini, commissario dell’Agcom.

Morcellini ha notato che il titolo scelto per l’incontro dimostra che oggi non c’è una comunicazione positiva sull’immigrazione e stride un po’ parlare di questa argomento in un festival perché non c’è tanto da festeggiare, al posto del “festival del giornalismo” forse servirebbe un titolo meno euforico. Questo è una critica all’impianto generale.

Perché la comunicazione non ce l’ha fatta? Le narrazioni sull’immigrazione un tempo erano ancora peggio di come si manifestano oggi. Il tasso di stereotipizzazione, di radicalizzazione, di stupida banalizzazione era molto alto. Per esempio per quanti anni abbiamo definito l’immigrazione una emergenza? Ora il fatto che parliamo dell’immigrazione da 25 anni significa che è un elemento con cui dobbiamo convivere, quindi noi possiamo affrontarlo o non affrontarlo con ansia (e qualcuno ci regala degli ansiogeni, c’è gente, e si tratta dei comunicatori, che costruisce l’ipertensione comunicativa). I ricercatori sono stati all’altezza del compito perché lo hanno studiato in modo profondo e confrontato con altri Paesi, e hanno visto che da noi la paura percepita nei confronti del migrante è sistematicamente più forte di tutti i Paesi democratici capitalistici. Allora ci chiediamo se sarebbe mai possibile una comunicazione positiva. C’è stata ma non è il trend maggioritario. Solo 20 anni fa il mezzo più interessante era la rete, il secondo mezzo era la radio, considerato un mezzo mitico. Attraverso la radio se si studia la percezione sull’immigrazione si arriva sicuramente a uno stato di preoccupazione, ma si capisce che a differenza di quel che succede con gli altri media non è considerato il problema principale in Italia. Il terzo elemento sono i giornali, anche se parlare di giornali oggi sembra archeologia sono comunque un mezzo ancora più mitico della radio.

All’ultimo punto della gerarchia c’è la televisione che semplifica, specula sull’immagine e per definizione è un elemento di eccitazione della nostra ansia. Noi sappiamo che le immagini mettono in bella la realtà o se vogliono la drammatizzano, la trasformano in un agente tossico, una vitamina negativa della nostra insicurezza come se avessimo bisogno di insicurezze aggiuntive a quelle che già l’esistenza, la vita ci regala.

Valutare le risposte del pubblico alla banale domanda “Quanti immigrati ci sono in Italia?” è un modo straordinario per capire quanto ce la facciamo a mettere in funzione il cervello, a mettere in funzione il cuore, l’ansia e altre dimensioni ancora più complicate, incontrollabili. Al numero di immigrati che si aggira intorno al 10% di regolari più un discreto numero di irregolari si aggiunge il fatto che una parte di immigrati lavora attivamente alla campagna stampa contro gli immigrati, pensate per esempio a quelli che stanno ai semafori che sicuramente non danno un’immagine distesa del fenomeno. Se esageriamo e consideriamo che il numero dei migranti è del 15% della popolazione, è mai possibile che l’85 % del resto della popolazione si senta insicura? Si parla di invasione invece di parlare di aggiunta. Quando si parla di invasione significa che c’è scarsa preparazione culturale e scarso peso dato all’impatto che i media hanno sul pubblico. Se non partiamo da qui la parola “comunicazione positiva” la lasceremo scritta sul programma di oggi ma non avremo fatto un passo in avanti. Meno del 20% degli italiani azzecca o sottostima il numero reale degli immigrati, il restante 80% degli italiani lo moltiplica da 2 a 4 volte. Chi ha messo questi immigrati in più ai nostri occhi? Se noi invece di diventare consumatori dell’informazione non diventiamo critici saremo vittime della comunicazione e dei suoi eccessi. Le nuove domande che fanno i ricercatori sono: “Quanti immigrati hai visto nel tuo quartiere?”, “A quanti episodi di criminalità hai assistito?”. Leggendo i giornali italiani sembra che il giorno dopo il sole non sorgerà più, invece la catastrofe c’è altrove e non riusciamo a percepirla neanche fino in fondo. A queste domande, la percentuale scende precipitosamente, soprattutto negli ambiente locali, nei piccoli paesini. Quindi per avere una comunicazione positiva dobbiamo chiedere, pretendere una diversa qualità dell’informazione. Inoltre dobbiamo ritenere noi stessi essere una parte del problema perché i problemi non si risolvono dando la colpa solo agli altri. Secondo Morcellini non si risolvono i problemi subendo tutte le balle dell’informazione e restando stupidamente in silenzio.

Infine ha preso la parola Monsignore Paolo Giulietti, vescovo ausiliare di Perugia-Città della Pieve. Giulietti ha spiegato che la Caritas da un po’ di tempo ha intrapreso un progetto di comunicazione positiva del fenomeno migratorio accanto agli altri interventi sull’immigrazione. La Caritas di Perugia-Città della Pieve ha redatto un opuscolo nel tentativo di fare conoscere in maniera approfondita ciò che accade perché c’è una superficialità dell’informazione sull’immigrazione che va affrontata. Tramite questo opuscolo si è cercato di trasformare il fenomeno migratorio in risorsa aiutando le persone a vivere in maniera progettuale e positiva la loro condizione. Nell’opuscolo sono presenti storie positive, l’impatto positivo di alcuni migranti sulla società, sono descritte esperienze di persone che fanno vedere che non stiamo parlando di numeri ma di persone. Il vescovo ha insistito sul fatto che non basta più mettere in campo interventi positivi se non c’è accanto una comunicazione positiva che permetta alle persone di comprendere ciò che viene fatto. Il vescovo ha chiuso il suo intervento affermando che la comunicazione positiva non deve più essere un impegno accessorio ma deve diventare un impegno tra gli altri impegni.

 

 


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