Festival Internazionale del Giornalismo, 13 aprile 2018, incontro con Luigi Manconi

- Luglio 2, 2018

(Foto di Ireneo Alessi)

“Non sono razzista Ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura”

L’incontro al quale si assiste nella Sala della Vaccara avrebbe dovuto avere come relatori Luigi Manconi – senatore del PD, sociologo e coordinatore dell’UNAR – ed Ali Ehsani, scrittore afghano che purtroppo non ha potuto essere presente. Il tema ci riguarda tutti: ogni giorno sentiamo e leggiamo questa piccola frase, che si conclude con una sospensione esitante, “non sono razzista MA…”

Nell’analisi di Manconi, quel piccolo “ma” dimostra che – al contrario di quanto si ripete spesso – il razzismo non è ancora stato del tutto legittimato dalla società. Quel “ma” è sicuramente un piccolo segnale che rivela ipocrisia, tanto spesso accompagnato da frasi come “ho tanti amici stranieri MA”. Eppure come Laura Balbo scriveva negli anni Novanta “l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”. Il pensiero razzista sa di essere socialmente inaccettabile e paradossalmente per potersi esprimere ha bisogno di celarsi, di negarsi. Secondo Manconi, l’Italia dal Dopoguerra in poi ha fatto dell’antirazzismo un valore importante, una specie di “dovere” ideologico e morale. Questo valore è entrato in crisi negli ultimi anni, con il crollo dell’economia e l’avanzare delle destre populiste.

Per il senatore, prima del problema del razzismo l’Italia deve fare i conti con il problema della xenofobia. Quest’ultima non è razzismo, o meglio, non lo è ancora. La xenofobia è una “paura dell’estraneo, del diverso” che si accentua in periodi di crisi, quando manca il lavoro, quando la precarietà diventa normale, quando non si hanno buone aspettative per il futuro. In Italia, le classi medie e basse, le classi degli operai, sono sempre state tradizionalmente contrarie al razzismo. Ultimamente, con la crisi, la “solidarietà” tra le classi meno abbienti si è intaccata e la xenofobia ha iniziato a strisciare tra la gente. Questa frase, “non sono razzista MA”, forse è anche una richiesta di aiuto: “aiutatemi a non diventare razzista”. Per Manconi è qui che bisogna intervenire. Interrompere la strada che dalla xenofobia porta al razzismo, non permettere che la paura diventi odio. Lavorare cioè nella direzione opposta rispetto a quella di coloro che Manconi definisce “gli imprenditori dell’odio”. Politici, editori di giornali, giornalisti e opinionisti che stanno manovrando il discorso pubblico, in particolare sui social network, per legittimare l’odio nei confronti dei diversi, facendo leva sulle paure più irrazionali della popolazione. Lo studioso ha ricordato il caso del senatore Roberto Calderoli, che nel 2013 nel corso di un comizio aveva offeso l’allora ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge, paragonandola a un orango. Il caso ebbe grande risonanza mediatica perché fino ad allora nessuno aveva mai osato portare un insulto così chiaramente razzista in un discorso pubblico, istituzionale. La Procura aprì il caso, ma il Senato votò una delibera di insindacabilità di opinione. Per Manconi questo fu un atto gravissimo, che approva il razzismo e lo giustifica. I giudici di Bergamo fecero appello alla Corte Costituzionale contro la decisione del Senato. Finalmente, a marzo di quest’anno, la Corte ha stabilito che non spettava al Senato prendere quel tipo di decisioni. L’insindacabilità di opinione non deve arrivare a coprire insulti razzisti, per nulla attinenti tra l’altro alle funzioni pubbliche ricoperte al momento dei fatti dal senatore Calderoli. L’infiltrazione nel discorso pubblico del linguaggio razzista andava fermata prima che esso diventasse pratica normale e quotidiana (come lo è oggi, anche se forse più velatamente che nel caso Calderoli), ma va fatto ogni sforzo possibile per invertire la rotta.


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