Io e la cittadinanza italiana: storia infinita.

- Luglio 31, 2018

A cura di Svetlana Babenko

Dopo 17 anni trascorsi in Italia decido finalmente di informarmi per la cittadinanza italiana. Guardando su Internet scopro che la procedura dal 2015 è per via telematica. Leggo i requisiti per poter richiedere la cittadinanza: la residenza di almeno 10 anni c’è; non aver riportato nessuna condanna: per fortuna va bene; marca da bollo si compra, l’estratto di nascita si traduce, i 200 euro (!) del contributo si versano, ma ecco che vedo la voce “Redditi percepiti negli ultimi tre anni (…): euro 8.500,00 per richiedente senza persone a carico, euro 11.500,00 per richiedente con coniuge a carico, aumentabili de euro 550,00 per ogni ulteriore persona a carico;”. Faccio brevemente i calcoli nella mia testa e capisco di essere completamente fuori dal minimo richiesto per due persone. No, non il coniuge, ma la figlia, italiana, che per legge non mi può trasmettere la cittadinanza, ma grazie a lei posso avere sempre e comunque il permesso di soggiorno per motivi familiari rinnovabile ogni 2 anni. Sì, una situazione assurda e tragicomica, ma è così.

Nonostante sia quasi convinta della mia impossibilità di richiedere la cittadinanza mi reco una mattina in Prefettura: magari ho capito male e allo sportello mi sapranno spiegare meglio.

Arrivo con un bell’anticipo di mezz’ora e mi ritrovo già una fila lunghissima. Mentre aspettiamo parlo con le persone in fila, gente con le famiglie, da anni residenti in Italia. Una signora simpatica dell’Ecuador mi riferisce che sono più di 3 anni che aspetta la cittadinanza, che la domanda l’ha fatta nel 2014 e ancora nessuna risposta. Si aggiunge alla nostra conversazione una signora dal Marocco, per lei invece sono 3 gli anni di attesa. Altri annuiscono, sono più o meno tutti nella stessa condizione.

Mi sento scoraggiata, quasi quasi me ne torno a casa, cosa sto facendo qui? Ma finalmente la porta si apre, e tutti insieme entriamo nel cortile della Prefettura. Seguo la folla che forma un’altra fila davanti a uno sportello subito a destra. Ma non sempre seguire la massa è la scelta migliore, come in questo caso: dobbiamo entrare proprio all’interno dell’edificio attraversando tutto il cortile. E ovviamente anche lì si crea un’altra fila, molto disciplinata, nessuno cerca di passare avanti agli altri nonostante la mancanza dello schermo che chiama i numeri (che invece ci sono). Aspetto pazientemente ancora un’ora prima che arrivi il mio turno ed ecco che finalmente riesco a spiegare i miei dubbi all’addetto allo sportello che me li conferma tutti senza troppi giri di parole.

Torno a casa ancora più affranta, ho visto la mia speranza morire affondata nella burocrazia ingiusta e intricata.

Ma solo perché sono testarda provo a sentire anche il sindacato, in fondo sono loro che aiutano gli stranieri a rinnovare i permessi di soggiorno, a richiedere la cittadinanza. In poche parole semplificano la burocrazia italiana.

A chi non è mai stato in un sindacato qualsiasi spiego che bisogna arrivare almeno un’ora di anticipo altrimenti rischi di passare tutta la mattinata lì prima che chiamino il tuo numero. Ma io invece mi ostino ad arrivarci sempre mezz’ora prima assumendomi tutti i rischi di un’attesa infinita. E così è stato.

Arriva il mio turno, vado e fortunatamente trovo Barbara, la ragazza che ha sempre seguito il mio “caso”. Lei dà un’occhiata veloce ai miei 730 degli anni passati e mi dà il verdetto finale e conclusivo: niente cittadinanza per me almeno per i prossimi 3 anni (per essere ottimisti)!

E così per l’ennesima volta non ho altra scelta che rinnovare il mio permesso di soggiorno e aspettare tempi migliori per poter richiedere la cittadinanza.

Dunque, cara Questura di Perugia, ci vediamo a ottobre! Non vedo l’ora di lasciarti le mie impronte digitali di nuovo e portarti un’altra mia foto orribile che vedrò per due anni su quel pezzo di plastica arancione con lo stemma dello Stato italiano.

 

 


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