Paolo Angeli | INTERVISTA

- Aprile 5, 2018

Venerdì 16 marzo 2018, il fortunatissimo tour nei teatri di IOSONOUNCANE (Jacopo Incani) e Paolo Angeli è approdato al Cinema Moderno di Lucca, per l’anteprima del WØM Fest che si terrà, sempre a Lucca, dal 25 al 27 di maggio.

A fine concerto siamo riusciti a “strappare” un’intervista a un gentilissimo Paolo Angeli, trascritta e riportata sotto. 

Come è andata la serata?

– Sono rimasto molto contento della serata, a partire dalla location (il Cinema Moderno di Lucca): uno spazio enorme, con questa acustica che ha aiutato molto il nostro viaggio sospeso un po’ su tracce psichedeliche, scenari ambient e parti più post-rock. La risposta è stata quindi per me molto positiva.

 

Il tour per i teatri sta avendo un risposta molto buona per voi, con ben due soldout a Bologna e Roma. Andando però oltre i meri risultati quantitativi e parlando un po’ di voi: come è nata la collaborazione con IOSONOUNCANE?

– È nata prima di tutto come rapporto di amicizia. Ho avuto il privilegio di suonare per lui durante le registrazioni di “DIE“, nella traccia di “Buio“. Il rapporto è poi continuato, e come tutti gli incontri tra musicisti che nascono non decisi dalle agenzie ma semplicemente perché ci si piace, abbiamo iniziato a preparare uno spettacolo da portare in giro per L’Italia. Il desiderio era quello di vedere – sentire – cosa poteva accadere nell’accostare le nostre composizioni: in un processo di “sottrazione” per lui, che ha riadattato i suoi brani rimuovendo parti e di “addizione” per me, in quanto i miei brani nascono per un progetto solista e ho quindi dovuto aggiungere degli elementi. Penso che, ormai alla sesta data, possiamo dire di essere all’inizio di un bel viaggio che si può tranquillamente affrontare insieme.

 

Tu e IOSONOUNCANE condividete un background comune, che è la Sardegna e che è inevitabilmente presente nei vostri brani. È presente soprattutto nei tuoi, con questa radice di folclore emanata dai tuoi pezzi: quanto ha influito, la Sardegna, nella vostra collaborazione? Quanto è riuscita a creare punti di contatto tra di voi? E, soprattutto, quanto è presente nelle tue personali composizioni?

– Esistono tanti tipi di Sardegna. Quella di Jacopo è diversissima dalla mia. Lui è di Buggerru, ovvero la Sardegna mineraria, isolata, molto simile a un’isola dentro un’isola. La mia invece è quella di Palau, la Sardegna della speculazione edilizia sulla costa, della mondanità, della contemporaneità e quindi del contatto col mondo. Mi ricordo i ragazzi della base americana che negli anni ’70 ballavano la break dance in piazza, nello stesso periodo in cui questa danza nasceva nel Bronx. La mia Sardegna stava e tutt’ora è, quindi, al passo con i tempi. Io però ho avuto la fortuna di lavorare con un vecchio maestro, che è Giovanni Scanu, dal quale ho appreso la musica sarda a bottega. Quindi io mi sento come un musicista che arriva dalla tradizione per poi superarla; mentre Jacopo, questa tradizione, la cita in maniera trasfigurata. La cosa bella che avviene tra di noi è che ci trattiamo con grande rispetto: io nei confronti della sua musica; lui nei confronti di questa mia provenienza. C’è una profonda volontà di comunicare tra noi. Una voglia di mettere a contatto questi due diversi tipi di Sardegna dai quali proveniamo e, più in generale, i nostri due mondi musicali. Alla base di tutto c’è stata la necessità di arrivare non tanto a un sintesi tra di noi, quanto a un contatto, un incontro. Ciò che ne esce non è un’immagine da cartolina, ma un’istantanea sporca, impura e bastarda, con tante contraddizioni interne se vuoi.

Sei un vero esperto e artigiano del tuo strumento: la chitarra sarda. Una chitarra che solo guardandola lascia intravedere il grande studio che c’è dietro poiché ha molte particolarità, di tua invenzione, che magari potresti provare a spiegarmi:

– La base è una chitarra sarda, che uso dal vivo ormai da ventidue anni. Ha dei martelletti, come nel pianoforte, azionati da dei cavi meccanici che a loro volta sono collegati alle pedaliere, quindi io le parti di basso le faccio con i piedi. Inoltre, ha un sistema di eliche per ottenere i bordoni; delle corde trasversali che suonano come una piccola arpa; tre corde superiori per fare le parti più rumorose; eliche per creare suoni continui.

L’idea è quella di portare una “piccola” orchestra in un unico strumento, come se ce ne fossero due o più a lavorare insieme. Una sorta di “one man band” del nuovo millennio. Per me, quando si suona, da una parte c’è l’uomo e dall’altra lo strumento e la musica che vuoi suonare. I chitarristi spesso di limitano a sviluppare un linguaggio da chitarristi. Quello che piace a me è di incorporare ogni strumento che mi affascina. Lo incorporo modificandolo, al fine di avvicinarmi, insieme a lui, a un’altra cosa: un violoncello, una kora, o più semplicemente un altro tipo di chitarra.

 

 


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