BREVE INTERVISTA A FULVIO RISULEO – Recensione “Guarda in Alto”

- novembre 19, 2018

Il giovane regista Fulvio Risuleo, venerdì, è stato ospite del Postmodernissimo in occasione della proiezione del suo primo lungometraggio, “Guarda in alto”. Noi ne abbiamo approfittato per scambiarci alcune impressioni.

– L’idea dei tetti (il film è ambientato sui tetti di Roma, ndr) ha origine empirica o concettuale? È nata da una passeggiata su un tetto o perché questi fossero funzionali e simbolici per la storia che volevi raccontare?

F – La prima che hai detto! Passeggiando in cima al tetto di un palazzo mi sono reso conto che questo era collegato ad altri tetti di palazzi attigui creando così vie, incroci e piazze e allora mi sono detto “Perché no?”. Tra l’altro è proprio da quella passeggiata che è nato tutto il film. C’erano ovviamente anche altre idee e altre tematiche che volevo mettere in scena ma quando sono salito su quel tetto ho capito che quello era sicuramente lo scenario giusto per rappresentarne alcune e così è nato questo film.

– Ambientando quasi interamente la storia sui tetti, i luoghi che hai deciso di ritrarre di Roma sono difficilmente riconoscibili. Ce ne puoi nominare qualcuno? È stata una scelta voluta ritrarre una Roma che non si riconosce o solo forzata dal momento che si girava sui tetti?

F – No, forzata assolutamente no! Ci sono tranquillamente tetti di Roma da cui si vedono i più importanti e conosciuti monumenti della città. Ho invece volutamente scelto una zona di Roma poco rappresentata perché è la Roma che io ho vissuto e una delle parti che mi piacciono di più. Per non parlare del fatto che Roma è così tanto rappresentata che non volevo filmare ancora una volta quegli stessi luoghi. In ogni caso, i luoghi principali sono stati quelli di Roma centro-est: il Pigneto, Porta Metronia, Porta maggiore, Piazza Vittorio e il Cinema Maestoso.

– C’è un passaggio nel film che mi ha colpito e che secondo me è centrale nella storia che hai raccontato nonché per la nostra generazione.

Stella: Do you wanna go?

Teco : Escape!

Stella: Escape where?

Teco: Escape!

Tra noi giovani si percepisce in modo netto questa voglia di fuggire, di andare altrove ma senza sapere dove, sapendo solo da cosa si fugge, spesso nemmeno sapendo quest’ultima cosa. Soprattutto nell’ambiente musicale si sentono sempre più spesso frasi del tipo “Prendi tutto e partiamo!” senza che venga detto dove si vuole andare, da cosa si fugge e perché. Sei d’accordo con questa interpretazione del film? È un fenomeno che volevi raccontare?

F – Certo! Ma io credo che questo smarrimento più che generazionale sia proprio di una certa età in cui si è obbligati a fare delle scelte che poi segneranno la nostra vita. (Rimane un attimo in silenzio e poi ridendo) Però sì, forse, è più generazionale effettivamente! E comunque sì, Teco è un ragazzo che vuole fuggire, forse sapendo anche bene da cosa e da dove, ma senza sapere assolutamente cosa cerca. Poi non mi piace dare troppe interpretazioni a ciò che rappresento perché credo che sia sempre limitante. Alla fine un film è di tutti e ciò che lo nobilita sono proprio le interpretazioni di quei tutti che l’hanno visto e a cui il film appartiene.

– Benissimo! Allora direi che vado con la recensione?

F – Si perfetto! Però senti me ce riaccompagnate a casa, sì.

RECENSIONE “GUARDA IN ALTO”

Dalla prima carrellata che ritrae sagome di palazzi che si stagliano su un cielo notturno fino alle successive, in cui è ormai mattina, si ha subito l’impressione di sapere a cosa andremo incontro con questo film… eppure rimane qualcosa che invece non è chiaro. Sarà quella strana prospettiva che assumono i palazzi, appena citati, ripresi dal basso verso l’alto. Forse non si vuole mostrare proprio Roma, o almeno non la solita. E così infatti sarà.

Teco, fornaio dal look rock, e i suoi colleghi sono sul tetto della palazzina dove è situato il forno in cui lavorano, per fumarsi una sigaretta e stare un po’ al sole. Tutto comincia da delle sigarette provenienti dalla Costa Rica riportate a Teco dal cugino. Suo cugino ci è stato, Teco invece sta facendo il fornaio in uno scantinato, al -1 di un palazzo a Roma, con la schiena che gli fa male, probabilmente pagato pochi spicci all’ora.
Così, allora, – guardando un gabbiano che batte le ali in modo strano e che subito dopo cade rovinosamente sul tetto di una palazzina confinante con la loro – Teco decide in solitaria di andare a vedere di cosa si tratta. Lo muovono una curiosità infantile e una smisurata voglia di fuga e avventura. È così che tutto comincia ad accadere. Non importa da quale situazione di svantaggio si parta, se si ha la voglia e la forza di stupirsi ancora, tutto può succedere.

Una serie di personaggi e situazioni, uno più pittoresco dell’altro, che ricordano per certi versi l’immaginario di Wes Anderson, Michel Gondry e qualche scena di Spike Jonze, si susseguono in un vortice onirico e surreale: una bambina con una gallina in braccio, un geniale bambino, muto e zoppo, con una sacca in testa, una ragazza che viaggia in mongolfiera, due gemelli nudisti e delle suore – tante suore – che inviano reliquie tramite dei gabbiani viaggiatori. E tantissimi “ultimi della terra” ancora.
Quante storie negli ultimi anni ci hanno parlato dei bassifondi di Roma e di coloro che li popolano? Potremmo dire che si tratti della più grande tendenza del cinema italiano e, come tutte le tendenze, produce esiti tanto eccezionali, quanto banali e scontati. Anche questo film parla di “ultimi” ma li pone in cima, sui tetti, con esiti stranianti ed inaspettati.
Anzi, si può dire che questo film è la rivincita degli ultimi che, invece che muoversi orizzontalmente rimanendo fermi (come spesso vengono rappresentati da tanto cinema), si elevano e vanno in alto, alla ricerca di un altro mondo. Gli ultimi che saranno i primi: una parabola di chiare origini cristiane, anche se questo mondo, che si avvicina molto ad un Paradiso, è un Paradiso urbano, povero e sporco.
Proprio l’immaginario cristiano difatti ricorre durante tutto il film ed è molto caro all’autore, come detto da lui stesso in più di un’occasione, per i suoi simboli e le sue storie fantastiche, ai limiti della realtà. E anche questo potrebbe sembrare qualcosa di già visto. Quanti artisti hanno attinto dall’immaginario cristiano? In questo film però tutti i riferimenti culturali sono rimodulati secondo la personale visione del regista: ecco dunque che l’immaginario cristiano viene approcciato e messo in scena senza quell’austerità che lo ha tanto spesso connotato, per farsi fiaba nordica, leggenda tropicale.

Da ciò che abbiamo detto finora, traspare chiara una cosa: la capacità di Risuleo di trattare personaggi e tematiche già visti ma facendolo secondo canoni diversi, del tutto personali, innovando di conseguenza la materia trattata. Anche l’uso dei tetti rientra in questo ragionamento. I tetti sono sempre stati presenti al cinema ma quasi mai sono stati il solo scenario in cui si svolgeva il film. Soprattutto, però, sono sempre stati usati per mostrare qualcosa che non deve essere visto sotto, mentre, nel film di Risuleo, sono usati per vedere ciò che sotto non si può vedere. Ecco, quindi, che la salita è anche un’elevazione dell’anima.
Per quanto riguarda invece la scelta delle location, la scenografia e i costumi non si può essere soggettivi: questi entrano di diritto nel miglior artigianato del cinema italiano, quando ogni oggetto viene creato ad hoc per il film e diventa esso stesso oggetto d’arte. Sicuramente da menzionare sono la casa dell’anziano Baobab, la giacca de Il muto, le sacche sulle teste dei bambini e il murales che spiega il progetto de Il muto, quasi un graffito primitivo in una caverna.
Un’altra scelta molto interessante è quella di optare per delle scelte registiche che avvicinano il film al documentario. Notevoli i piani fissi a mezzobusto con cui viene presentato praticamente ogni personaggio, una tecnica debitrice dei migliori reportage della nostra epoca in cui la posa astrae il personaggio dal tempo e dallo spazio, proprio nel bel mezzo della rappresentazione del reale. Come documentaristica è la scena in cui si susseguono senza stacchi un carrello, un piano fisso e una ripresa a mano libera. Non stiamo certo parlando di un documentario a tema sociale ma questa operazione registica che accomuna il film al reportage e lo scavo in profondità che si è fatto su certe tematiche, veramente sentite dal regista, mi porta a dire che vedendo il film si assista ad un documentario sull’anima del regista stesso: una caratteristica riscontrabile non in tutte le opere che ogni giorno passano sullo schermo. Tanto più lodevole se si sta parlando di un primo lungometraggio.

In ogni caso, nonostante Risuleo abbia messo davvero tutto se stesso nel film, si riscontrano alcune pecche da primo lungometraggio. Alcuni attori non sono eccezionali e quando lo sono, hanno comunque i loro giri a vuoto, eccezion fatta per la bambina (Alida Baldari Calabria) che sfodera una prestazione davvero notevole. Vi sono inoltre dei momenti noiosi nella sceneggiatura che denotano un primo approccio al lungometraggio e un eccesso di fiducia nel proprio istinto e nelle proprie soluzioni, sempre stranianti e di impatto a livello visivo, ma a volte poco funzionali (la reliquia della mano iniziale). Forse questa è la critica più forte che si possa fare al film di Risuleo. Probabilmente però c’è da dire che la poca funzionalità di qualche elemento sia dettata dalla volontà di ricostruire un mondo che non è assolutamente reale secondo le modalità del reale (persone che parlano sovrapponendosi), cercando di rendere il tutto comunque intrigante ed avvincente. A sua discolpa bisogna far notare che questa sfida è ancora lontana dall’essere vinta dalla maggior parte di coloro che vi si misurano.

Dato che chiudere una recensione con una considerazione negativa fa sempre pensare che il film non sia piaciuto al recensore anche se, come in questo caso, abbia speso molte più parole d’apprezzamento che di disapprovazione, allora, chiudo con l’invitarvi ad andare a vedere questo film che sicuramente, nel bene o nel male, non vi lascerà indifferenti. Anche questa è capacità di pochi.

Consigliato se: volete uscire frastornati dalla sala; volete vedere gare di velocità tra lumache; sentite la necessità di scappare senza sapere dove.


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