Murubutu: può il rap considerarsi poesia?

- Aprile 11, 2019

Già dal primo ascolto dell’album “La bellissima Giulietta e il suo povero padre grafomane” rimasi stregato dai racconti di Murubutu. La metrica, il flow e i beats erano, e sono ancora, tutti volti a catapultarti nelle storie e nei luoghi che venivano e vengono descritti. Con il passare degli anni ho continuato a seguire le uscite di questo artista (Alessio Mariani, rapper e cantautore di Reggio Emilia) che ha da poco pubblicato il suo ultimo disco “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli” (Glory Hole Records/Mandibola Records/Irma Records), quinto capitolo della sua discografia.

Ho avuto l’occasione di parlarci e ragionare insieme a lui del binomio rap/poesia.

Come mai, fra tutti i generi musicali, hai deciso di esprimerti proprio con il rap?

– Sicuramente perché non necessita di doti canore particolari (risata consapevole di entrambi), poi perché è possibile inserire nei testi moltissime figure retoriche, è questa la chiave del suo grande potenziale espressivo.

Se dovessi spiegare il tuo stile di rap ad una persone totalmente fuori dall’ambiente, tipo mia madre, come lo faresti?

– Il mio è sicuramente è un rap narrativo sistematico, nel senso che faccio solo storytelling, oppure, per dirla all’italiana, è un rap con una forte curvatura cantautorale.

Di recente, nel mio programma, ho fatto una puntata con il mio prof di filosofia delle superiori dove grazie al suo contributo, abbiamo cercato di trasmettere il grande potenziale che ha il rap e ci siamo concentrati sul binomio rap/poesia. Ti propongo la stessa domanda che ho fatto a lui: basta mettere se stessi su un foglio, in rima, per far sì che possa considerarsi poesia?

– Penso proprio di no, i margini sono ampi e discutibili. La poesia è sicuramente veicolazione di contenuti ed immagini attraverso un linguaggio che deve essere potente, ma non è che qualsiasi forma espressiva è assimilabile alla poesia.


Allora cos’è la poesia? Come evolve la sua definizione con il passare del tempo? e quali sono i meccanismi che innescano queste trasformazioni?

– Eh questa è una domanda molto specifica, nel senso che un professore di italiano saprebbe sicuramente risponderti in maniera esaustiva. Però ogni epoca ha le sue sensibilità, le sue tecniche e le sue forme espressive: le impressioni di uomo che si trova ad interpretare la realtà, veicolandole poi tramite le parole, permettono la nascita della poesia.

Volendo riportare la modernità espressiva della poesia nel rap, quanto è importante il fatto che chi ascolta si riveda e ricostruisca le sue emozioni nei testi?

– Questo è sicuramente importante, ma non qualifica per forza la poesia o i testi rap come poesia. Come avrai notato c’è un po’ un abuso di questa parola nel panorama hip-hop: basta una strofa un po’ più suggestiva o con un linguaggio un po’ più elevato rispetto alla media, che è veramente bassissima, e si etichetta come “poesia”. Mi attribuiscono spesso questo appellativo di “poeta”, anche se non penso di esserlo. In alcuni miei testi ci sono delle levature poetiche, ma queste non mi rendono di certo un poeta.

Analizzando i tuoi testi non è difficile trovare figure retoriche che affondano le radici addirittura nello stile della letteratura latina come, ad esempio, il «fulmen in clausola»di Marziale nel brano “I marinai tornano tardi”. Se e quanto il ruolo di professore si incrocia con quello dell’artista affinché chi ascolti possa trarre dai tuoi testi uno spunto culturale?

– Questo lavoro sicuramente mi stimola tantissimo, sono sempre sui libri a leggere, studiare ed informarmi, cosa che si ripercuote nella mia musica. Il rap può avere una valenza didattica, pur non essendo esaustivo in molti contenuti, però può valere come “captatio benevolentiae” per i giovani in modo tale che si avvicinino a determinati argomenti.

Visita la sezione interviste del Magazine di Radio Cult per leggere di tutte le chiacchierate autorevoli fatte dai nostri reporter.


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