INTERVISTA A OMBRE CINESI: L’INDIE COME GENERE O COME STILE COMUNCIATIVO

- dicembre 27, 2018

Ci sembra di conoscerli tutti, a volte quasi come fossero amici di vecchia data, ma nel frastagliato e caotico mondo indie qualcosa ci sfugge sempre: un solista di Pordenone scappato dalla provincia in cerca di fortuna, il solista di Pordenone, fratello dell’altro solista di Pordenone, che invece in provincia ha fatto fortuna e lo stesso discorso potrebbe valere per tante altre band.

Questo è ciò che è successo anche a me con Ombre Cinesi: l’ennesimo piccolo tassello dell’ “indie-puzzle” che mi mancava. Quando in redazione è stata proposta l’intervista, la prima cosa che mi ha spinto ad approfondire chi fossero i componenti di questa band e che musica facessero è stato il loro nome: ho sempre adorato le ombre cinesi. Poi è arrivata la musica e con essa la convinzione di propormi alla redazione come intervistatore per questo promettente duo.

Ombre Cinesi sono Donato Maiuri e Roberto Sticchi, due ragazzi tarantini, ora di stanza a Milano. Le loro strade si incrociano per la prima volta nel laboratorio musicale della loro scuola portandoli a formare il progetto Extrema Ratio. Qualche anno più tardi, fondano insieme l’etichetta Ahurea Dischi, ora Fragola Dischi, che si occupa della produzione di giovani artisti emergenti.

Dopo aver pubblicato varie cover su YouTube, nel dicembre 2017 esce il loro disco d’esordio “Via Lombardia, 24” grazie al quale aprono i concerti di affermati artisti nel panorama indie quali i Gomma e Galeffi.

Nell’ottobre 2018 esce il singolo “Domenica pomeriggio” che, oltre a finire nella playlist “Indie Italia” di Spotify, anticipa il loro nuovo album in uscita nel 2019.

La band è nota anche per il suo particolare modo di pubblicizzare sui social i propri dischi e singoli prossimi all’uscita.

“Domenica pomeriggio” è attraversata da un tono malinconico provocato dal rimuginio mentale della domenica su tutto ciò che è accaduto durante una settimana dominata dalla frenesia. Mi è sempre sembrato, e ciò che cantate per me ne è una conferma, che in questo preciso giorno della settimana avvenga uno strano rivolgimento, una sorta di sopravvento del tempo sullo spazio. Puoi trovarti a New York come a Taranto, eppure la domenica produce le stesse sensazioni ovunque. È stato uno dei motivi ispiratori della vostra canzone?

Certamente! Descrivi benissimo la sensazione quando parli di sopravvento del tempo sullo spazio. La domenica pomeriggio, aggiungerei, è proprio “qualcosa” che oltretutto “buca” il tempo: sembra solo ricordare quanto la “misura tempo” sia solo qualcosa che si cerchi affannosamente di scandire. Ad ispirarci è stata proprio la malinconia tipica dei grigi pomeriggi delle domeniche invernali: un po’ vuoti, malinconici, leggermente mossi dagli sport (“restare a guardare la serie A fingendo un po’ di gioia/ Ma forse non ci credo neanche”), allo stesso tempo impauriti e speranzosi per gli impegni della settimana che arriva. Oltretutto, nella strana mini-dimensione che è la domenica pomeriggio spesso rischiamo di far emergere persone di una vita fa.

Avete disseminato il lancio di “Domenica pomeriggio” di indizi. Sono cominciate ad apparire delle magliette con su scritto il titolo del brano omonimo, un’operazione in cui avete coinvolto altri colleghi come La Municipal e I Giocattoli. Nel testo di “Domenica pomeriggio” invece citate Calcutta, essendo così tra i primi artisti indie che citano loro colleghi operanti all’interno dello stesso ambito musicale, una caratteristica solitamente tipica del mondo hip hop. Questo coinvolgimento di vostri colleghi su più livelli è la dimostrazione del fatto che l’universo indie sia molto unito nei suoi rappresentanti? Se si, crediate sia una forza per il “movimento”?

Sinceramente non sappiamo quanto effettivamente sia un universo unito, ma sappiamo che a noi fa davvero piacere creare collegamenti: la musica si nutre di queste cose. La Municipal è un duo che stimiamo tanto, si è quasi creata una sinergia tacita con loro! Con i Giocattoli ci siamo conosciuti a Roma, al Sei tutto l’indie fest Vol. II ed è stata subito complicità massima. Calcutta ha il merito di averci dato consapevolezza.

Ho usato la parola “movimento” non a caso. Il mondo indie sembra una grande tribù ma contiene così tante sfumature e colori al suo interno che è molto difficile tracciarne i confini e un centro. Cosa si intende secondo voi quando si dice indie? Nonostante in “Non mi piace flirtare” diciate di non essere “né pop, né indie, né rock” Pensate comunque di far parte del “movimento”?

L’indie talvolta sfocia in sonorità simili (a livello proprio di suoni, testi e mastering) che verrebbe voglia di definirlo un genere, altre volte diciamo che è più uno stile comunicativo sui social. Pensiamo di farne parte perché sono gli altri ad individuarci all’interno di questo mondo. A noi piace solo fare musica, poi il nome è bene che lo diate voi altrimenti togliamo spazio allo scrivere canzoni.

Gli artisti che si rivolgono principalmente alle giovani generazioni, che al momento in Italia sono l’ indie e la trap, raccontano spesso di storie ambientate in luoghi e situazioni dai contorni ben definiti, come potrebbe fare un film. Un’operazione che mi sembra mettano in atto anche le Ombre Cinesi. Tralasciando il discorso sulla qualità dei singoli artisti, pensate che questo ambientare storie continuamente nel qui ed ora possa costituire un ostacolo per le future generazioni che un giorno si avvicineranno a questa musica?

No no, assolutamente! Per anni non si è parlato di nulla musicalmente (quello che ci facevano sentire in radio), adesso finalmente si è deciso di essere più vicini al mondo che viviamo. Un domani le nuove generazioni ascoltandoci vivranno un mood e delle atmosfere che per noi hanno un significato e certamente troveranno la maniera per rispecchiarsi.

Nelle vostre ultime canzoni si rinviene abbastanza nettamente un chiaro fil rouge: un amore dall’equilibrio precario in un mondo ancor più precario. Oggi è sempre più difficile che una relazione ci accompagni per tutta la vita, questo ovviamente non nega l’esistenza dell’amore ma è indubbio che nel mondo odierno sia vissuto come un sentimento più effimero di un tempo. Nonostante tutto ciò l’amore rappresenta tuttora un’àncora di salvezza? Com’è cambiato il modo di vivere l’amore rispetto ad un tempo, se credete che qualcosa sia cambiato?

Credo che l’amore come modo di avvertire il sentimento non abbia subito dei cambiamenti risentendo dell’evolvere della società. Per questo rappresenta ancora una forte ancora di salvezza, anzi forse una delle poche. Probabilmente però sono aumentati gli stimoli e si è perso leggermente il culto di una relazione duratura.

Sia quando le vostre melodie suonano più ovattate e sognanti che quando suonano più dance, i testi rimangono sempre di un certo spessore. Una caratteristica che vi accomuna a Cosmo anche se con caratteristiche diverse. Ma quali sono state le influenze più importanti per il vostro suono e i vostri testi?

Finalmente qualcuno ha notato la nostra stima per Cosmo! Noi siamo amanti della New/Dark Wave anni’ 80, del Progressive Rock italiano e non, dei cantautori italiani più importanti, della dance. Depeche Mode, Pink Floyd/Pfm, Battisti/Dalla/Battiato, Daft Punk. Per i testi, soprattutto, cerchiamo una dimensione molto personale.

Ringrazio allora i ragazzi per il tempo che ci hanno concesso, per questa intervista e per le belle parole. Non mi resta che continuare a seguirli con interesse e fargli un enorme in bocca al lupo.

Visita la sezione interviste del Magazine di Radio Cult per leggere di tutte le chiacchierate autorevoli fatte dai nostri reporter.


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