One Dimensional Man, l’intervista al Mercoledì Rock

- dicembre 21, 2018

Gli One Dimensional Man a Perugia per l’ultimo Mercoledì Rock dell’anno

Gli One Dimensional Man non sono un gruppo per tutti. Questo è un preambolo più che lecito. I motivi che spingono un ascoltatore ad appassionarsi ai loro pezzi possono essere vari, certo, ma tutti comunque inscrivibili in uno schema ben definito: o si è amanti del genere musicale (noise rock di stampo anni ’90), o si è attratti dall’attitudine hardcore che trasuda durante un qualsiasi live di questa band, o si è semplicemente curiosi.

Chi scrive non sa ancora qual è il vero motivo che lo ha spinto negli anni a consumare i loro dischi. Forse una semplice passione per il Teatro degli Orrori che si è poi trasformata in un’acritica accettazione di tutti i progetti e di tutte le bellissime parole che uscivano dalla bocca del frontman, Pierpaolo Capovilla; o più semplicemente un gran bisogno di rumore e dissonanza, di ritmi frenetici e di testi crudi, scomodi, politicamente impegnati.

Fatto sta che mercoledì sera il 110Dieci di Perugia – per quello che è stato l’ultimo Mercoledì Rock del 2018 – ha suonato come poche volte gli era capitato prima, con un pubblico che a primo impatto si è infiammato per un suono tanto spinto, poi ne è rimasto tramortito e infine si è spento troppo stanco per sopportarlo. Come detto gli One Dimensional Man non sono accessibili a tutti. Devi avere un qualcosa di “oscuro” o di inespresso dentro, un qualcosa che possa sentirsi amato e compreso solo nel momento di massima confusione che si crea, sempre, durante un loro concerto.

Affascinati da tutto questo abbiamo chiesto direttamente ai componenti della band – Pierpaolo Capovilla, Carlo Veneziano e Franz Valente – cosa si nasconde dietro un progetto musicale come quello degli One Dimensional Man. Progetto che, tra una pausa e l’altra, sta ormai in piedi da più di vent’anni. Naturalmente, al primo input valido, la discussione si è allontanata dalla musica e siamo finiti a parlare di guerra, politica italiana, Lega Nord e dispositivi cellulare.

Lo scorso anno avete detto agli amici del Supersonic di Foligno che stavate riesumando il cadavere degli One Dimensional Man. Vorrei allora chiedervi a che punto è questa riesumazione, e se pensate invece di essere arrivati a una vera e propria resurrezione.

Pierpaolo – Il cadavere è risorto! Naturalmente si trattava di una battuta. Il cadavere sì è risorto, ma comunque cadavere non era, magari era solo tramortito dal tempo che passa. Sono trascorsi sette anni dal disco precedente. Ora ci siamo ritrovati, ne abbiamo fatto uno nuovo, “You don’t exist”, che è un lavoro vero, autentico, di rock come piace a noi e ne siamo veramente felici. Quindi direi che non possiamo più parlare di cadavere ecco, ma di resurrezione sotto tutti i punti di vista.

La vostra attitudine hardcore è rimasta intatta nonostante il passare degli anni. Oltre questa costante è cambiato qualcosa a livello di lavoro in studio e di suoni? C’è stata un’evoluzione?

Franz – abbiamo abbandonato completamente l’elettronica, inserendo un approccio molto più nostro allo strumento e alla composizione.

P – La facilità di scrittura che ti crea un trio musicale in verità è solo apparente, perché in tre devi riuscire a fare quello che magari faresti in cinque: devi rendere piena la canzone, melodica, completarla insomma. Nel momento in cui tu rinunci all’elettronica, lavorando solo con basso, chitarra e batteria, devi fare un ragionamento approfondito, canzone per canzone. Tant’è che noi eravamo andati in studio con l’idea di registrare il nuovo disco in breve tempo, invece alla fine ci siamo rimasti per un sacco, passando le giornate a ridefinire i brani. Le canzoni sono cresciute in studio.

Carlo – Abbiamo attuato un processo di sintesi simile a quello che avviene con la poesia, dove usi quattro parole per spiegare un concetto che normalmente spiegheresti in cento. Analogamente in fase di composizione abbiamo scremato i pezzi e ridefinito i brani.

A proposito di cadaveri, come sta andando la riesumazione del pubblico italiano? La gente recepisce la vostra musica, la vostra attitudine, il vostro intento, o siete solo fuori moda?

P – Non è un bel periodo per il rock. Non si parla di mode, perché la moda passa, il rock rimane. Esso non è “moda”, ma “modo”: modo di fare musica tipico della contemporaneità. Come fa a morire il rock?

C – L’impressione che ho è che il pubblico più giovane raramente cerca un nostro concerto, ma quando ci capita gli prende anche bene.

P – Esattamente! Noi vogliamo suonare. Il palcoscenico non è solo un espediente per portarsi a casa quattro soldi, ma anche un modo per sentirsi protagonisti della propria arte. Quindi è cruciale, fondamentale. Abbiamo notato che a forza di battere il chiodo questo sta entrando. Ai concerti viene il nostro pubblico storico, fatto di trentenni, quarantenni, cinquantenni perché a loro piace questa musica qua. Però arrivano anche i più giovani che poi magari suggeriscono ai loro amici di ascoltarci. L’antico passaparola, quello che c’era prima di Facebook, esiste ancora e ha una sua importanza.

Consapevoli di tutto questo, qual è la direzione che gli One Dimensional Man vorrebbero dare, oggi in Italia, alla loro musica? Ad esempio col vostro ultimo album qual è stato l’intento?

P – Be’ dai testi del disco emergono molti contenuti diversi, su tutti la guerra. Noi viviamo in un momento storico in cui c’e guerra ovunque e sono tutte guerre che facciamo noi occidentali, in un modo o nell’altro. L’apparato industriale statunitense, l’Unione Europea, la NATO, l’Italia stessa. C’è molta guerra nel nostro disco e un profondo sentimento d’indignazione da parte nostra. “Free Speach”, il primo brano del disco, parla di questo ma con un augurio di ritrovarci poi tutti in piazza a fare le barricate, né più né meno. Per far sentire la nostra voce, ma sopratutto per far sentire la vostra di voce: che siete giovani, siete il nostro futuro.

Infatti lei con la sua scrittura evoca spesso scenari di guerra, penso ai fratelli e le sorelle che fuggono da Mosul in “No Friends”, ma anche agli sfollati, rifiutati ed emarginati dalla società in “You don’t exist”, c’è poi la morte, lo sfruttamento, la necessità di libertà di parola, un’imminente guerra nucleare. Come mai questa scrittura così cruda e diretta?

P – Il mio è un tentativo di svelare la storia e che ha come scopo finale la fratellanza: la “pietas” cristiana. Io mi sento fratello degli abitanti di Mosul, così come degli africani, degli asiatici e degli americani. Di qualsiasi essere umano del mondo intero. Majakovskij diceva: “tutti in questo mondo siamo parenti”. Mi è sempre piaciuta molto questa frase. E la parentela, la fratellanza, è un qualcosa ancora più grande della solidarietà, perché se io ti sono solidale ti posso e ti voglio aiutare; ma se ti sono fratello ti devo non soltanto aiutare ma ti devo anche proteggere.

C – La brutalità che usiamo è anche un modo per contrastare la bellezza del mondo virtuale che spesso si allontana troppo dalla realtà. La realtà può essere, appunto, brutale e mortale, oltre che ricca di amore e passione. Ricordarsi che cos’è la realtà è un qualcosa che, a volte, può aiutarci nel ritrovare una direzione.

Ho preso un passo dal testo di “In Substance” : “in sostanza/ oggi giorno/ tutti scambiano l’ombra/ con la sostanza”. Oltre ad essere un passo molto bello vorrei chiederti come mai l’hai usato?

P – Ma l’ho usato perché è così! La sostanza proprio non la vediamo! Ci fermiamo all’apparenza! C’è una guerra in corso fra l’Arabia Saudita e lo Yemen. Cè il colera nello Yemen e muoiono per questo decine di migliaia di persone. La vediamo noi questa cosa? No! Nei nostri media, nelle nostre grandi fonti d’informazione occidentali, si parla magari di Kashoggi, il giornalista brutalmente assassinato nell’ambasciata dell’Arabia Saudita ad Istanbul, ma quasi non si fa cenno a quello che accade nello Yemen. Le bombe all’Arabia Saudita, scaricate sulle case delle povere famiglie dello Yemen, glie le vendiamo noi e le fa la SVR in Sardegna. Noi! La Leonardo (ex-Finmeccanica) che è la più grande azienda pubblica italiana, ha firmato l’anno scorso un contratto con l’Arabia di quattro miliardi e mezzo di dollari. La Leonardo fa armi, sistemi d’arma. Queste guerre sono una nostra responsabilità, ed è questa la sostanza a cui mi riferisco. Della povera gente ce ne freghiamo. Se non ci pensiamo noi artisti a mettere in rilievo la sostanza delle cose non ci pensa nessuno! Per come la vedo io l’arte ha un ruolo che è quello del disvelamento della realtà. Sono nato nel ’68 e praticamente non ho vissuto un periodo della mia vita senza una qualche guerra in giro per il mondo indotta dai nostri governi. Ora tutto questo dovrebbe cambiare, e lo farà un giorno. Certo non la faremo noi la rivoluzione, ma possiamo contribuire a un risveglio delle coscienze. Questo sicuramente ci fa onore.

Da venticinquenne mi ritrovo spesso a confrontarmi con il clima italiano che tira oggi: questo ritorno dei nazionalismi, delle chiusure in se stessi, dei muri e di conseguenza anche del sentimento di razzismo. Non so per farvi capire meglio ho la netta sensazione che l’italiano medio probabilmente oggi voterebbe Salvini, alimentando questo clima. Qual è il sentimento che provate nei confronti dell’Italia di oggi? Amore nonostante tutto, pena, rabbia?

C – Per me la parola “Italia” è solo uno strumento che mi porta a separarmi dalla realtà delle cose. Serve solo a porre una distanza fra me e gli altri, è un filtro, quindi qualcosa di cui non ho bisogno perché ciò che per me è importante è la gente, le persone, il contatto umano. E dell’Italia usata come forma di distinzione da qualcos’altro non me ne frega proprio un cazzo.

P – Io nei confronti del mio popolo provo una grandissima rabbia! Se vogliamo parlarne, il nostro popolo è caduto nel tranello della Lega. Siamo circondati da persone che seminano discordia nel Paese, additando il diverso: prima erano i “terroni”, poi gli albanesi, adesso naturalmente gli africani, senza dimenticarci dei rom che non devono mai mancare perché sono gli ultimi degli ultimi e bisogna calpestarli sempre e comunque e poi, infine, punteranno il dito anche contro di noi, contro la povera gente italiana, contro il dissidente politico. La storia si ripete sempre come farsa della storia precedente, ma dentro questa farsa ci sta sempre una tragedia, ovvero che la povera gente, in ogni conflitto fra potenti, soffre. Io vengo dal Veneto e ti dico che se c’è un popolo che detesto è proprio il Veneto: persone – donne e uomini – prudenti. Di una prudenza che nasce dalla paura dell’altro. Paura persino di esprimersi pubblicamente, a voce alta, a testa alta: “stai zitto, occupati degli affari tuoi, pensa a te”. Poi quando vanno all’urna votano il neofascismo leghista. Ora io come faccio a non provare rabbia? È bastato qualche mese di governo con questo personaggio spaventoso per la democrazia che è Matteo Salvini, ma che è anche Di Maio – perché questo “accrocchio” di governo è la cosa più illogica nella storia dell’Italia repubblicana. Fatto sta che questa gente in pochi mesi ha dato fuoco al razzismo in Italia, che sta emergendo come un sentimento vero e diffuso e questa emersione ha qualcosa di epidemico. Certe persone dovranno prendersi la responsabilità storica di quello che sta avvenendo oggi nel nostro paese. Franz tu cosa ne pensi?

F – Non mi esprimo, sono tutti lì che si lamentano. Mi piace la gente che si lamenta poco e che fa tanto. Noi infatti portiamo in giro la nostra musica, stiamo in mezzo a la gente, che per me è la cosa più importante.

P – Siamo fortunati ad essere nati in questo fazzoletto di terra, perché non ci manca niente. La ricchezza di cui oggi noi godiamo, tutti, non è mai stata così grande nella storia dell’umanità, e proprio in questo momento siamo più egoisti che mai. Noi ci siamo completamente dimenticati del popolo che eravamo. Ci siamo dimenticati di essere un popolo di migranti: nella prima metà del ‘900 se ne sono andati tre, quattro milioni di persone dal nostro paese. Ci siamo completamente dimenticati di questo.

Se posso, siamo tutt’ora un popolo di migranti…

P –  ma certo, poi per voi giovani ancora di più, avete anche voglia di esperire il mondo. Non credo che nel vostro caso sia solo una questione di “fuga dei cervelli”, penso che ci sia anche la voglia…

Sicuramente, però a volte è anche la necessità che ti porta ad andartene. Però siamo comunque incoerenti anche noi perché magari ho un amico che se ne va a lavorare a Londra e che vedo come una persona che è solo andata a stare meglio, poi però – dopo aver azzerato il cervello – me la prendo con chi arriva dall’Africa “col barcone”. Sono entrambi migranti, ed entrambi lo fanno per motivi economici o di qualità della vita. Di questo non ci si rende conto. È un po’ la differenza fra la forma e la sostanza che diceva prima lei Pierpaolo: ci si ferma solo alla forma.

P – Ci fermiamo alle ombre, non vogliamo vedere il mondo di fuori. Non vogliamo essere responsabili della visione che potremmo avere. Di quello che potremmo veramente vedere. E una cosa che ci aiuta a non notare la sostanza delle cose è la rete. All’inizio era una grande occasione di democrazia, poi è stata monopolizzata, rovinata dai social network, ed è degenerata in…

C – Qualunquismo…

P – Gente che non si prende la resposabilità di quello che dice. Si deve legiferare a riguardo. Come si deve legiferare sul fatto che tutti mettiamo i nostri dati nei server e li diamo nelle mani di perfetti sconosciuti.

C – Una roba tipo Grande Fratello.

P – Consiglio l’ultima puntata di Presa Diretta che parla di cosa implica avere un dispositivo in mano. C’è una parte molto bella in cui si dice che un uomo libero e fiero se ne va in giro per la strada e guarda la gente negli occhi. Oggi invece camminiamo a testa bassa, siamo schiavi, chini, proni sul proprio dispositivo. È come essere diventati degli avatar. Tu quando fissi il tuo telefono sei in una realtà privata, gli altri non ci sono. Il male è che questa esperienza non si mette in pratica solo nelle nostre “stanzette”, ma lo facciamo anche in nei luoghi pubblici. Ci stiamo atomizzando gli uni da gli altri. Come è possibile che quando una donna immigrata a Roma viene aggredita in un tram nessuno ha il coraggio di reagire? Secondo me passa da un imbarbarimento che viene dall’uso dei dispositivi. Dovremmo ricominciare a leggere i nostri amati libri: da sinistra a destra, dall’inizio alla fine, voltando le pagine.

Che relazione avete con i telefoni ai concerti?

P – All’ultimo concerto c’era questo ragazzo in prima fila, sotto di me, che mi ha ripreso per mezz’ora di concerto. Dopo un po’ gli ho chiesto di finirla. Mi sentivo in una sorta di vetrina. Voleva portarsi a casa il concerto, quando in verità si stava solo portando a casa l’esperienza che lui del concerto ha avuto attraverso il dispositivo. Mettiti in tasca quel maledetto dispositivo e goditi il momento, vedrai che ti porterai a casa – dentro il tuo cuore – una circostanza di vita che hai vissuto veramente. Il più bel concerto che ho visto in vita mia è stato quello di Nick Cave con i Bad Seeds ai tempi del loro primo disco. Non ho un video di quella cosa, ma la porto dentro di me come un evento di una potenza straordinaria. E ti dirò di più, quando dopo anni rimetto quel disco, anche se non ho un video a ricordarmi il concerto, mi ritorna in mente chi ero a diciassette anni. Non ho bisogno del filmato, del dispositivo, di aver registrato quel ricordo. Anzi il fatto di non averlo registrato è un vantaggio, perché nel ricordo lo mitizzi quell’evento, diventa un qualcosa che ha a che fare con l’anima, con l’inconscio, con ciò che sei veramente e non con la realtà visiva che oggi tutti chiedono.

C – Guardare un concerto filmato è come vedere un film porno invece che fare l’amore.

P – (applaudendo) Un ottimo finale di intervista direi.

Ringraziamo gli One Dimensional Man per averci concesso il loro tempo.

Visita la sezione interviste del Magazine di Radio Cult, per leggere tutte le chiacchierate autorevoli fatte dai nostri reporter.

 

 


Commenti

Lascia un commento

La tua mail non sarà visibile. I campi contrassegnati sono obbligatori *


Radio Cult

Background