Pif: «Accontentare il pubblico non fa felice nessuno»

- Aprile 28, 2019

Domenica 7 aprile è stata l’ultima giornata dell’International Journalism Festival 2019 e uno degli eventi di chiusura ha visto come protagonista Pierfrancesco Diliberto, ovvero Pif, insieme a Lirio Abbate.

La ex-iena ormai ne ha fatta di strada dal geniale Il Testimone e si è affermato come regista con due bellissimi film di successo alle spalle. Nei mesi scorsi è tornato con il suo primo romanzo edito da Feltrinelli, “…che Dio perdona tutti”, il cui titolo originario, purtroppo censurato dai piani alti, era “Futti futti che Dio perdona tutti”. Il libro racconta, con i toni ironici e disincantati caratteristici di Pif, una storia d’amore attraverso la quale possiamo guardare e riflettere con leggerezza sulle ipocrisie che costellano le nostre vite.

Qualche ora prima dello spassoso incontro (basti pensare che si è presentato con la felpa di salviniana memoria “Padania is non Italy”), abbiamo avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con Pif. Non nascondo la scalpitante trepidazione di un intervistatore alle prime armi nell’aspettare di incontrare quello che considero un genio del settore. Per fortuna, si è rivelato così com’è: una persona estremamente accogliente e accomodante, ironico e molto spontaneo, più loquace di quanto possa apparire: un personaggio tanto buffo e ingenuo, quanto geniale che abbiamo imparato a stimare.

Il nostro Federico Marcovecchio intervista Pif al Festival del Giornalismo

In questo ultimo anno, con il tuo romanzo “…che Dio perdona tutti” e con  il film Momenti di trascurabile felicità, che ora è al cinema e in cui sei protagonista, hai deciso di cambiare prospettiva: non più solo testimone di realtà contraddittorie o di problemi sociali, ma ti sei cimentato a raccontare l’interiorità umana con tematiche come la religione o l’amore, sempre attraverso la commedia ma con un tono, potremmo dire, più esistenzialista. Come è nato il desiderio di questo cambiamento e perché hai scelto la forma del romanzo?

– Ti dirò, a me dell’amore non è che me ne frega molto, cioè lo utilizzo per raccontare altro. È una costante delle nostre vite quindi può sembrare anche banale, però funziona sempre (ride). In realtà il mio vero obiettivo è raccontare o denunciare altro. Il libro mi è stato proposto da Feltrinelli; ho firmato il contratto addirittura quattro anni fa, solo che all’inizio facevo un po’ fatica nel vedermi scrittore, infatti per due anni, ogni volta che passavo davanti a un negozio della Feltrinelli, mi vergognavo perché aspettavano il mio libro. Poi in realtà quello che ha sdoganato tutto nella mia testa è stato il fatto che, in quanto scrittore di film, in fin dei conti mi bastava trasportare la scrittura di un film al formato libro e così è stato. Infatti questo libro era un’idea per un film e probabilmente, prima o poi, ritornerà a esserlo.

Si nota molto dalla scrittura.

– Sì è molto cinematografica! Tra l’altro è uno stato irripetibile, pensavo: “mi sta andando bene nella vita, se va male il libro in fin dei conti non c’è problema”. Quindi ero abbastanza sereno, nessuno si aspettava niente in particolare. Se scriverò un prossimo libro invece sarà un casino, avrò tutte le ansie della seconda opera.

Secondo il tuo punto di vista, in quanto osservatore e narratore della dimensione popolare con le sue svariate sfumature, quale rapporto intercorre tra la cultura popolare in senso ampio e il popolo come lo ritrae o lo mistifica il populismo?

– Vedi, se trasportiamo il concetto di popolo nella dimensione artistica, esso diventa il pubblico. Ecco, il popolo dell’artista, nonostante ciò che egli possa pensare, è un popolo che va per la sua strada, cioè: la strategia di far felice il proprio pubblico, il proprio popolo, alla lunga non funziona. Molte volte è successo che il pubblico si “rompe i coglioni” e se ne va, ecco io lo vivo così: pensare solo a far felice il popolo/pubblico nell’arte funziona poco, io devo esprimere le mie idee ed è sempre un salto nel buio. E così anche nella politica: pensare solo a far felice il popolo può funzionare all’inizio, ma la storia ci insegna che in questo modo finisce sempre male. Anche perché, che cazzo vuol dire il popolo? Se Salvini o Di Maio dicono “il popolo vuole questo” e io che faccio parte del popolo non voglio questo… diventa relativo, perché in realtà chi lo dice non sta guardando al popolo ma al potere.

Ieri sera c’è stato il talk di Roberto Saviano, ospite atteso del Festival. A volte chi compie il suo difficile lavoro diventa oggetto di critiche in quanto, insieme all’indispensabile denuncia, si corre anche il pericolo di stigmatizzare o criminalizzare i territori e le realtà raccontate, ad esempio se si eccede con i toni, oppure se si va verso uno sviluppo mediatico in cui prendono vita prodotti cinematografici o televisivi popolari, ma fortemente romanzati (vedi Gomorra). C’è stato infatti il caso dell’opposizione di una parte dei cittadini di San Luca (RC) verso la decisione di girare la serie tv di ZeroZeroZero nella loro città. Cosa pensi della responsabilità di cui è investito chi si assume l’onere di raccontare e denunciare tali realtà piagate dalla mafia, le quali, essendo circostanze complesse, toccano innanzitutto la storia e la “carne” delle persone?

– A me capita molto spesso di parlare male della Sicilia, ad esempio ne La mafia uccide solo d’estate avevo puntato il dito contro la borghesia, poi sicuramente essendo una commedia risulta meno dura di un’inchiesta di Saviano. È ovvio che denunciare i problemi della propria terra non significa andarvi contro, anzi. Ti posso citare Borsellino che diceva di parlare sempre di mafia sempre e comunque, perché quello che la mafia vuole è che non si parli di mafia. Prima di Saviano, la famiglia Schiavone si conosceva in Campania, adesso invece la conosce tutta Italia ed è un problema per il clan. Secondo me la cosa più grave è raccontare un luogo in maniera sbagliata, raccontare una cosa che non è. Cioè, Il Padrino, che è un capolavoro del cinema, è in realtà un grande equivoco. Se Saviano mi raccontasse la camorra in modo diverso da com’è potrebbe diventare un problema, ma se invece è così – ed è vero – devi prendertela con la camorra.
Quando giravamo a Palermo Momenti di trascurabile felicità di Daniele Lucchetti, la gente chiedeva: «Ma è un film sulla mafia?”. Noi rispondevamo «no» e loro erano felici. Non è soltanto la sensibilità del regista o del produttore che spinge ad andare a Palermo per girare un film e non parlare di mafia, ma è Palermo stessa, con i palermitani, che adesso sta creando una narrazione diversa di sé. Poi certamente entrano in gioco dei meccanismi propri del settore: raccontare il male è sempre più interessante e stimolante, ma ciò non ingabbia necessariamente la città. Sta alla città stessa e alle sue istituzioni operare il cambiamento e mutare ciò che essa esprime. A me fa incazzare se racconti una cosa come non è, tuttavia non puoi accusare un oncologo perché campa grazie al tumore, mica l’ha inventato lui il tumore. Io posso solo dire grazie a Roberto Saviano.

Perfetto, grazie.

– A te.

Ultimissima curiosità: progetti futuri?

(voce da dietro) siamo in ritardo!

– Sta imparando il mestiere il ragazzo! (Ride) Ho finito di scrivere il mio terzo film che girerò quest’estate.

Ecco il trailer del film di Lucchetti, tratto dai racconti di Francesco Piccolo, ora nelle sale.

Visita la sezione interviste del Magazine di Radio Cult, per leggere di tutte le chiacchierate autorevoli fatte dai nostri reporter, o leggi altri articoli dalla penna del nostro Federico Marcovecchio.


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