THE JACKSON POLLOCK: PIÙ DEL TUO FISICO – Intervista dopo il concerto al Mercoledì Rock

- dicembre 7, 2018

Suonare più forte che puoi. Con più cattiveria che mai. Sfrontatamente. Spudoratamente. Bestemmiando sul microfono quando salta la corda della chitarra di Davide e devi interrompere la canzone, perché il momento era bello e puro e stavi andando a mille. Suonare più in alto del volume che arriva dalle casse del dj nell’altra stanza. Suonare più del tuo fisico, così tanto che verso la fine del concerto devi scendere un attimo dal palco per tirare un conato di vomito, trovare – non sai dove – la forza per rimetterti dritta, tornare dietro la batteria e finire il concerto: felice come non mai.

Questa è Federica e suona nei Jackson Pollock assieme a Davide. Vengono entrambi da Caserta, ma la band è nata a Bologna dove vivono ormai da un po’. L’altra sera sono saliti sul palco del Mercoledì Rock, al 100Dieci di Perugia, per quello che è stato indubbiamente uno dei concerti più intensi della già avviata stagione invernale.

Davide suona la chitarra e il basso, Federica canta mentre “mena” la batteria come non avete mai visto fare prima. Suonano musica garage lo-fi, con quell’attitudine punk che sembra venire da non si sa quale mondo e che ti lascia a bocca aperta dall’inzio alla fine del concerto. Il live è stata una chicca: un’ora di musica ad altissima intesità. Senza fronzoli, diretta, con pause sufficientemente brevi per riprendere fiato tra un brano e l’altro, per poi ripartire, subito: dritti e sporchi come piace a noi.

Il progetto è attivo ormai da qualche anno, con due ep e un disco, la loro ultima uscita, dal titolo “Cherry Go” (WWNBB, 2018). I Jackson Pollock hanno suonato in gran parte del Paese, arrivando anche all’estero, nel tentativo di portare sin dove possibile e nel modo più naturale i loro brani. Senza grosse campagne pubblicitarie e con un approccio genuino, fatto solo di musica suonata in qualsiasi luogo capace di contenere un amplificatore, una batteria e due persone.

A fine concerto chiedono come è andata la serata, perché loro dall’alto hanno visto un gran bel casino. Gente schiacciata contro le barriere, pogo e palloncini – di varie forme – lanciati sul palco. Bene, è andata veramente bene. E nei camerini ogni secondo passa qualcuno per battergli un cinque, o per ringraziarli dei colpi che hanno tirato per un’intera ora di sudore.

Seduti a un tavolo rispondono alle nostre domande.

– Questa sera siete stati una sorpresa super positiva e sono proprio contento di aver avuto la possibilità di ascoltarvi. Vi chiedo allora di parlarmi un po’ di voi e di come sono nati i Jackson Pollock:

Federica: ci siamo conosciuti grazie alla musica secoli fa, anzi miliardi di anni fa. Suonare ci è sempre piaciuto e fra i nostri amici eravamo gli unici fessi che volevano continuare a farlo. Negli anni abbiamo allora cercato batteristi e bassisti che potessero aiutarci a far nascere un progetto, ma sistematicamente tutti si davano alla “macchia”.

Davide: praticamente un giorno avevamo trovato una batterista tramite un annuncio, così per provare a suonare tranquillamente, e come solito ci ha dato buca. Dato che avevamo già pagato la sala prove io e Federica siamo andati comunque a suonare e lei ha deciso, così senza averci mai provato, di piazzarsi dietro la batteria. Non ci crederete ma sapeva già suonarla, cioè: la prima volta che ha messo i piedi dietro la batteria la sapeva già suonare.

– Federica, cosa suonavi prima?

F: ho suonato per un po’ il piano, tipo per due anni. Poi ho provato con la chitarra ma mi sono fermata al barrè.

D: gli è venuto proprio naturale, quando l’ho vista mi sono detto: “non è giusto”. Anni di esercizi, poi arriva lei e suona come un cristo dal primo minuto.

F: la batteria è uno strumento proprio facile: se la meni suona. Non devi stare lì ad intrecciare le dita.

– Quindi per una serie di casi, musicalmente parlando, vi siete trovati. C’è stato un momento in cui avete detto: “ok, da adesso siamo solo noi due”?

D: sì c’è stato quel momento, ed è stato quando siamo andati a vedere i No Age, un concerto bellissimo.

F: sì, in quel periodo non suonavo ancora la batteria, però vederli suonare con il batterista che suona e canta insieme, mi ha fatto capire che quella era una cosa che si poteva fare. Mi ha fatto capire che bastava mettere un microfono in mezzo ai piatti e il gioco era fatto. Mi sono detta: “wow, è proprio facile cazzo”.

D: sai all’inizio sei sempre indeciso e un po’ complessato su quello che puoi fare con le tue capacità dietro a uno strumento. Quel concerto ci ha fatto capire che in fin dei conti, in musica, si può fare quello che si vuole e spesso non interessa a nessuno il come, basta che funzioni.

– Una volta che avete preso consapevolezza dei vostri mezzi come avete deciso di impostare la scrittura dei pezzi? C’è stato un ragionamento o avete scelto un approccio spontaneo?

F: esatto, prevalentemente abbiamo “menato” ed è stato un approccio molto naturale, come dici tu. Davide ha sempre suonato e adesso stiamo portando in giro pezzi e riff che lui ha scritto dieci o quindici anni fa e che poi abbiamo riadattato al mio modo di suonare batteria.

– Ma se provassimo a dare un contesto alla vostra storia?

D: siamo di Caserta ma il gruppo è nato a Bologna, città in cui ci siamo spostati per lavorare. Abbiamo prima lavorato, fatto due soldi per comprare la strumentazione e poi abbiamo iniziato. Ci siamo licenziati e abbiamo di deciso di provarci seriamente con la musica.

– I primi live come sono andati? Siete migliorati con il tempo magari, o è sempre andata così bene?

F: mi ricordo che il primo concerto lo rimediammo leggendo un annuncio sul giornale del paesino. A Budrio c’era una festa della musica in cui stavano cercando gruppi. Siamo andati ed è stato troppo divertente.

– Superati gli approcci iniziali, come si è evoluta la cosa?

D: semplicemente suonando come pazzi.

F: spesso a gratis…

D: e in posti in cui diresti: “qui non ci suonerei mai”.

– Avete un’etichetta adesso?

F: sì, siamo sotto We Were Never Being Boring, un’etichetta fighissima.

D: anche il discorso etichetta, è stata una cosa che è arrivata casualmente. Noi non abbiamo una buona copertura mediatica, abbiamo un profilo basso, un po’ per scelta personale – siamo un po’ “lazy” – e quindi è successo che ci hanno visti suonare ed è nata questa collaborazione. Oggi molte cose a livello promozionale sono a pagamento e noi non vogliamo spendere un soldo per la pubblicità.

F: sì esatto, per fare molte cose a livello promozionale devi pagare. Spendi soldi, ottieni cose. A noi fanno girare un po’ le palle questi ragionamenti: praticamente se non ho un soldo non posso suonare in giro e qui spesso non abbiamo soldi neanche per noi stessi, figurati per un piano promozionale.

D: siamo molto per il “suona e risparmia”.

– Però nonostante questi problemi economici siete riusciti a pubblicare, quanti dischi avete all’attivo?

F: due ep e un album, quest’ultimo si intitola “Cherry Go” ed uscito con la WWNBB. Per il primo ep ricordo che non abbiamo stampato proprio nulla, lo diffondevamo via bluetooth o via mail. Era verso la fine del 2005.

D: sì proprio un approccio DIY, fatto in casa, con un registratore a cassetta.

F: il nostro secondo ep invece lo abbiamo registrato su cassette usate, per farti capire. Abbiamo fatto tipo collette e usato cassette già registrate che ci sono state regalate e che abbiamo cancellato senza pietà. Lo abbiamo fatto perché al tempo non volevamo pagare la SIAE e tutte le varie menate burocratiche che vanno fatte solitamente quando si fanno queste cose. Solo supporto fisico, vergine, così non dovevamo pagare. Adesso ci siamo modernizzati, abbiamo stampato anche dei vinili.

– State suonando in modo costante in questo periodo e un po’ per tutto il Paese. Come sta andando?

D: bene, perché è una sorta di reazione a catena. Spesso non ci conoscono, noi suoniamo e magari piacciamo alla gente. Quindi siamo in quella fase di crescita costante in cui più suoni e meglio è per te, perché porti la tua musica in giro. La fai conoscere. È un processo molto organico che ogni volta ti causa un po’ d’ansia perché non c’è mai niente di programmato, e speri sempre che dal pubblico spunti fuori qualcuno per proporti una nuova serata.

– I vostri testi sembrano molto naturali, quasi una conseguenza del modo in cui Federica suona la batteria, un qualcosa che si regola sul suo ritmo.

F: solitamente prima scrivo le parti di batteria e spesso i testi escono naturalmente insieme ad esse.

D: in verità ci mette dieci anni a scrivere una linea melodica. Cambia di continuo idea. Però sì, sono una sorta di fonemi. Cantare parole a volte può forzare la canzone, quindi noi facciamo il contrario: registriamo i suoni della voce e poi ci incolliamo un testo plausibile sopra, che rimarchi quei suoni usciti in modo molto naturale. Non c’è cura, non c’è uno studio.

F: Sì, c’è più emozione che studio, non cerchiamo un modo chiaro di far emergere quello che si dice.

– Avete suonato anche negli Stati Uniti, la vostra musica infatti ha molto di internazionale. Pensate che questo possa essere un punto a favore? Alcuni artisti italiani in questo periodo stanno puntando molto sul suonare all’estero, voi invece?

F: io ci spero molto.

D: non è che vuoi farlo, ma a un certo punto ti rendi conto che la cosa ti porta anche lì e che lì spesso va bene, se non meglio che qui.

F: non è una questione di scelta studiata a tavolino, però l’estero è molto più aperto a suoni come i nostri.

D: qui in Italia spesso proponi una serata e le persone ti rispondono facendoti capire che vogliono altri tipi di sonorità. Questo per noi può essere un problema, perché sono pochi i luoghi capaci di accogliere in modo adatto la nostra musica. Molte band infatti hanno dei set acustici al fine di evitare il problema del “rumore”, così da poter suonare in più luoghi possibile. Per noi non può essere così. Quindi non è che puntiamo all’estero, il finire a suonarci è una cosa molto naturale, come il nostro approccio alla musica del resto. E spostandoti continuamente per suonare sai che prima o poi finirai anche lì.

F: che poi viaggiare per suonare è una cosa troppo bella, è una delle motivazioni che mi spinge a continuare questa attività. Non avrei mai pensato che sarei andata in Texas con la mia band. È proprio una figata.

Intervista di Giovanni Anderlini con il supporto di Martina Rossi.

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