A Roma ho comprato una maglietta dei Pearl Jam

- giugno 29, 2018

Arrivi a Roma dopo due ore di viaggio e ti scontri con una città che pare non gliene possa fregà de meno che devi arrivare all’Olimpico, che devi parcheggiare e che ovviamente tu che non vivi là non ci capisci un cazzo. Però Roma è Roma e l’Olimpico è l’Olimpico, che te lo dico a fare. Anche se certo, ogni volta che vedi quella merda di obelisco che ci sta piantato davanti ti chiedi perché sia ancora là, ma che ce voi fa’, semo fatti così. Arrivi all’entrata e subito ti tolgono i tappi dalle bottigliette d’acqua manco fossero granate, perché non sia mai che le usi come armi, così tutta l’acqua ti è già caduta prima di arrivare dentro, dove ovviamente te la vendono, a tre fottuti euri ogni mezzo litro. Lì il tappo te lo lasciano, perché in fondo se l’hai pagata tre fottuti euri la puoi anche usare per uccidere. Che ce voi fa’! E poi c’è la birra, che quella te la vendono a cinque, di fottuti euri, cinque fottuti euri ogni 33cl. Ma che te frega, tu hai il biglietto per il Prato A, puoi fare anche il fico, perché l’hai pagato quasi cento fottuti euri! Alla faccia del rock, ma ormai va così e dici tra te e te “devo vedelli sti cazzo de Pearl Jam e li devo vedè da vicino, vojo contaie i capelli a Eddie, perdio!”.

E insomma arrivi al prato, entri e vedi il palco. Da paura! Quelle due lettere a fianco alle colonne di casse, la P e la J enormi, già te la fanno prendere bene. L’emozione ti sale e subito immagini Eddie e gli altri a correre su e giù per quello stage enorme. Pensi che ventidue anni fa non c’eri potuto andare, ma alla fine sticazzi.

L’atmosfera è bella, la gente è bella. C’è chi fuma, chi ride, chi beve. Le facce sono quelle di chi è arrivato lì da lontano e le voci si mischiano, come le lingue, perché intorno a te molti sono stranieri, di quelli che però la gente non schifa e pensi a quanto quel momento sia un’isola felice in un mare di merda. Al concerto mancano quattro ore e tutti sono seduti a terra. Non fa neppure caldo e già c’è ombra, ma giusto il tempo di pensare che hai avuto culo e un coglione si alza e va di corsa verso il palco, ma i più coglioni sono tutti gli altri, me compreso, che gli vanno dietro che e premono per andare avanti aspettandosi chissà cosa. Nessuno può più rimanere seduto. “Ma chi cazzo è?” urla qualcuno e da davanti un cartello si alza. C’è scritto “sto cazzo!”. Quanto sei bella, Roma!

Di rimettersi seduti neanche a parlarne. Ormai aspetti. Dal maxischermo iniziano a mandare i maledetti mondiali. Vabbe’, a me non frega un cazzo ma se agli altri piace, vada per Argentina – Nigeria. Segna Messi e pare che abbia segnato Totti in un Roma vs Lazio ormai d’altri tempi. Io rimango lì a guardare i tecnici che provano le spie e accordano le chitarre. Sbavo per tutta quella roba che vedo.

Alla fine arriva sera. La luce s’abbassa e avvisto Cameron che si siede alla batteria. Arrivano!

Parte Release e tutto ha inizio. Siamo proprio là sotto, vedo la mascella di Eddie che si muove tirata. La bottiglia di vino rosso che ha in mano, come avanzata dalla cena che ti immagini fatta in un’osteria di trastevere. La stappa coi denti come un pirata e inizia a cantare.

Foto qualità telefono perché ci piace così


Ma è solo l’inizio. Loro sembrano ragazzini. La chitarra di Mike è magica e la cassa della batteria, salda al basso, batte nel cuore come un massaggio cardiaco. La voce di Eddie è immensa, calda, quasi che stesse cantando come fosse la prima volta. La musica va su e giù ed è bellissimo. Ognuno ha il proprio maledetto smartphone alzato, nessuno vorrebbe lasciare lì neppure un ricordo, ma è difficile o meglio è impossibile razionalizzare quello che sta accadendo. Tutto è lì per lasciare solo una sensazione e non delle foto in un telefono, ma ormai siamo così, “it’s evolution, baby”.

Il concerto va avanti e ogni nota sembra essere più bella dell’altra. Il cielo di Roma mostra la sua Luna, anche Eddie la vede e la saluta, lei che se ne sta lì paciosa, come se volesse godere di ogni canzone, di ogni grido, di ogni assolo. Ne faranno di bellissimi sia McCready che Cameron. Mike interpreterà anche Erutpion di Van Halen ed io non ci posso credere e non importa che la sporca, la sbaglia, perché in fondo la dissacra, come il grunge ha dissacrato tutto quello che c’era prima, rendendo il pianeta più bello.

Tutto procede alla grande, c’è chi urla, chi assurdamente prova a fare a botte, chi sviene e loro che dal palco continuano a inondare lo stadio con una hit dietro l’altra. Ripercorrono la loro carriera, anche se, maledetti, lasciano fuori dalla scaletta Not for you, che è il mio pezzo preferito. Vanno avanti per ore. Suonano anche delle cover stupende e importanti. C’è Imagine di John Lennon, che tutti cantano con Eddie tenendo i telefoni accesi come lui aveva chiesto prima di iniziare. Lo stadio si accende e senti un vaffanculo salire contro tutto l’odio che il mondo sembra buttare fuori di questi tempi. Siamo un po’ invecchiati ma in fondo siamo sempre gli stessi, incazzati e felici di esserlo, proprio come loro sul palco. Poi suonano Comfortably Numb dei Pink Floyd e anche qui, che te lo ridico a fare. Mike rifà Gilmour in modo impeccabile e con un’energia da far rizzare ogni pelo, è magia.


Nell’ultima parte arrivano Black, Jeremy, Alive
 e il pubblico impazzisce di gioia. Ma tutto ha una fine e le luci dell’olimpico si accendono come per dire basta ma loro no, non ne vogliono sapere e giù con Rockin’ in a free world, che tutti cantano a squarciagola con le braccia alzate, come in segno di resa a cotanta bellezza. Tre ore abbondanti di paradiso e decido di comprarmi una maglietta al merchandising della band, cosa che non avevo mai fatto in tutta la mia vita. Grazie ragazzi!

 


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