AN EVENING WITH MANUEL AGNELLI

- Aprile 8, 2019

Dovrei raccontarvi del concerto di Manuel Agnelli, ma mi rendo conto solo ora di quanto sia complesso trasporlo in parole. Si potrebbe dire tantissimo su di lui, sugli Afterhours e i loro trent’anni di carriera, ma più fisso lo schermo del pc e più mi sembra tutto così banale, superficiale e sterile.

Manuel Agnelli è in tour nei teatri con Rodrigo D’Erasmo, un tour che durerà un mese e attraverserà l’italia da nord a sud. La data zero è stata lo scorso 30 marzo al Teatro Lyrick di S. Maria degli Angeli. È la prima volta che Agnelli si cimenta in un tour senza la band, e devo dire che sicuramente le cose non sono paragonabili. Dopo il super concerto per i 30 anni di Afterhours al Forum di Assago, questo spettacolo rappresenta la voglia e necessità di tornare ad una dimensione “intima” del live.

Foto di Marco Remoli

“An Evening With Manuel Agnelli”, questo il nome dello spettacolo; una serata in compagnia di Manuel, che racconta la sua vita e il suo percorso attraverso le canzoni che lo hanno segnato. Da una parte gli Afterhours e dall’altra gli artisti che fanno (o hanno fatto) da colonna sonora alla sua vita. Se vi aspettate un concerto degli Afterhours rimarrete delusi, non è questo e non ha le pretese di esserlo: è una chiacchierata informale, un racconto, una narrazione in parole e musica.

Alla domanda “quanto dura il concerto?” la risposta è stata “non ne abbiamo idea, dipende da loro, potremmo stare qui fino a domani”. Sono state quasi due ore e mezza di flusso di coscienza dell’artista che raccontava al pubblico una storia, la sua, come fosse davanti ad uno specchio.

Tutto è stato ridotto all’osso, scenografia, allestimenti, luci, un palco spoglio con solo gli strumenti e gli amplificatori. Sicuramente la cosa che più mi ha lasciato sbalordita è stato vedere come i brani degli Afterhours siano stati riportati nella loro essenza più pura ed intima. Niente di più di chitarra, violino e voce, in alcuni la chitarra sostituita dal pianoforte. Nada mas, nessuna sovrastruttura e nessun abbellimento. 

Foto di Marco Remoli

Si passa da inedite versioni di brani storici e “portanti” degli Afterhours come “Pelle”, “Padania”, “Male di Miele” (eseguita nel modo più bello e straziante di sempre), “Bianca”, “Quello che non c’è”, “Ballata per piccole iene” e tante altre; a brani che quasi mai sono stati eseguiti durante i live, quelli in inglese, i primissimi della band. Cover di brani storici che non diresti neanche essere tali. Una versione di “Burning Embers” di Lou Reed, che ha dato l’impressione di appartenere davvero a chi in quel momento stava sul palco; “Shadowplay” dei Joy Division in un mix di interpretazione alla Nick Drake, o “Videogame” di Lana Del Rey cantata come farebbe Nick Cave.

Più che un concerto è stato un viaggio nei ricordi attraverso la musica. Personale, certo, perchè in questo caso è Agnelli che parla di sé, ma allo stesso tempo universale. Se è attraverso la musica che parli, chiunque ha la possibilità di immedesimarsi. Il racconto e il trascorso di uno, diventa di tutti. Questo è esattamente il motivo per cui è così difficile raccontare a parole quella che di fondo è un’esperienza emozionale. 

Ce l’ha insegnato Proust con la sua “Madelaine” : il tempo è perduto, ma forse no. Il ricordo può arrivare inaspettato, portandosi dietro la nostalgia di un mondo. La musica fa esattamente questo effetto

Foto di Marco Remoli

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