Andrea Laszlo De Simone & Dunk @ SUPERSONIC

- Aprile 4, 2018

Come si fa a portare un album da 12 brani, il più breve dei quali dura quattro minuti,in un live senza essere pesanti? Ebbene, Andrea Laszlo De Simone ci riesce benissimo. Tutto il live è stato costellato di armonie psichedeliche e intermezzi musicali che hanno rapito immediatamente l’attenzione dell’ascoltatore, come una sorta di ipnosi.

Inoltre, con una band così compatta, capace di sapersi coordinare perfettamente (sono rimasto particolarmente colpito dalla calma innaturale del tastierista, Zevi Bordovach, contrapposta all’impetuosità di Anthony Sasso, al synth) ma anche di essere vivace nei momenti giusti, direi che il gruppo è stato fondamentale nella riuscita del live.

Dopo aver aperto con Uomo Donna, è stato il momento di Vieni a Salvarmi. Confesso di esser stato un po’ preoccupato del fatto che il brano durasse quasi nove minuti (riuscirò a non stancarmi, sarà pesante, sbadiglierò?), ma grazie alla passione e alla grinta che il cantautore mette in ogni sua canzone, non c’è stato pericolo.

Particolarmente degna di nota è stata poi l’esecuzione di Questo Non E’ Amore, accompagnata da maracas, triangolo e anche da una bottiglia di birra vuota. Una serie di brani, sempre retti dall’equilibrio tra un tono pacato e uno aggressivo, ci portano al finale dove, in evidente stato di ebbrezza il cantante, dopo essersi fatto sfuggire il microfono, annuncia la prossima band: i Dunk.

Dopo circa mezz’ora dalla fine dell’esibizione di Andrea Laszlo De Simone, ecco apparire con nonchalance e in tutta tranquillità i Dunk. Già dal loro ingresso sul palco, si capisce subito come sarà il concerto: poche parole, la maggior parte dello show affidato alla maestria tecnica dei vari componenti.

Resto subito ammaliato dal perfetto innesto tra i vari componenti del supergruppo: la batteria di Luca Ferrari, con le sue improvvisazioni ma anche con il suo ritmo lento e al contempo aggressivo, si equilibra perfettamente con il rock puro e pieno d’istinto di Carmelo Pipitone, ma è grazie alla voce e alla chitarra di Ettore Giuradei, uniti al synth e ai cori di Marco Giuradei, che fanno da cornice e contribuiscono ad addolcire il tutto con le loro melodie folk.

Anche in questo caso ci troviamo tra melodie psichedeliche e sperimentazioni sonore (Luca ad un certo punto è rimasto circa 7 minuti a battere la gran cassa,mentre il synth accompagnava) ma unite alla voce calda di Ettore contribuiscono a portarci in un luogo familiare, in cui restiamo volentieri.

Foto: Luca Draoli


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