DI SPERANZA E DISPERAZIONE – Il concerto di Daniel Blumberg allo Spazio ZUT!, live report e intervista

- novembre 28, 2018

Dopo la stralunata intervista non sapevo più cosa aspettarmi. Chissà cosa gli andrà di fare stasera – mi chiedevo. Ma per fortuna non devo scrivere di tutto ciò che mi è passato nella testa in quell’ora e mezza che ci divideva dal concerto. Per fortuna le luci prima o poi calano sempre e ad illuminare è la musica. 

È andata così anche sabato – 24 novembre 2018 – allo Spazio ZUT! di Foligno, in cui mi trovavo per assistere al concerto del musicista inglese Daniel Blumberg, in tour nel nostro Paese per presentare il suo ultimo disco “Minus” (Mute Records, 2018). 

Blumberg è un musicista e compositore londinese che negli anni ha pubblicato musica sotto diversi nomi – Hebronix, Oupa, Heb-Hex. Nel 2015, dopo aver firmato un contratto con la Mute Records, ha annunciato, con tre anni d’anticipo, l’uscita del suo primo disco da solista “Minus”. L’album, pubblicato a maggio di quest’anno, è stato registrato sotto la direzione dello storico produttore Peter Walsh ed ha ricevuto recensioni estremamente postitive da parte della stampa del settore di tutto il mondo.

Il concerto:

Un violino le cui corde vengono a volte solo sfiorate dalle dita di Billy Steiger, a volte pizzicate con violenza, poi l’arco che le fa suonare dissonanti. Lunghi silenzi separano i singoli suoni. Degli oggetti vengono lasciati cadere da Blumberg sul pianoforte, con il violino che riprende il suo lamento sconnesso a cui ora si unisce anche l’armonica, suonata sempre da Blumberg. Poi, ancora silenzio.

L’artista inglese non guarda il pubblico ma dietro le quinte. Dopo attimi di silenzio che sembrano interminabili, tutto ricomincia. Gli impercettibili suoni prodotti dai due proiettano lo ZUT! nel mistero come se stessimo assistendo ad un film che sta seminando gli indizi per l’incidente scatenante. Una lunga attesa, come se l’artista ci volesse far entrare a piccoli passi, accompagnandoci per mano quasi, nel suo universo. Non sarà una passeggiata entrarci in sintonia, lo avvertiamo tutti e lo sguardo di tutti è incollato al palco.

Dopo qualche minuto ecco che sembra prendere fiato. Falso allarme. È raffreddato e si sta soffiando il naso. Rimette il fazzoletto in tasca e, come se si fosse appena svegliato da un lungo sonno, accompagnandosi col pianoforte, intona con voce sommessa “It’s my morning answer” ripetendolo, ripetendolo e ripetendolo ancora. Il sonno è finito e i fantasmi sono tornati ma insieme ad essi anche la magia.

La voce di Blumberg è ancora più bella di quella registrata: è acuta, accogliente eppure distante, nonostante la perenne atmosfera malinconica ha in sé tutte le sfumature dell’animo umano, ci fa credere nella speranza per poi ripiombare nella disperazione prodotta dalle sconfitte. “Madder” scorre lenta e meravigliosa ma disturbata continuamente dagli oggetti che continuano a cadere sul piano e dal violino, che qui si sobbarca sulle spalle tutto il peso della distorsione prodotta solitamente da tutti gli altri strumenti registrati nella versione discografica. Sembra di avere addosso una ferita aperta, di quelle che si percepiscono a tratti: non appena si crede che il dolore sia passato ci si muove agilmente e il dolore torna a perseguitarci.

“Madder” potrebbe durare per tutto il concerto tanta è l’intensità scatenata da Blumberg ma la sua invocazione, fatta di infiniti “Undo” (“Torna indietro”) è cominciata ed è ora di passare all’azione.

Blumberg ripete deciso “Minus the intent to the feel, I’m here”. Dopo aver pregato, essersi incoraggiato, ora sta agendo davvero: lui è qui, nonostante tutto. Il violino continua a fare bizze, a ripetere che c’è qualcosa che non va sotto la superficie. La speranza e la disperazione, instancabili, si alternano e rendono tutto incredibilmente drammatico, tutto in bilico. Quando la voce si spiega in tutta la sua potenza tutto lo ZUT! rimane estasiato: com’è possibile che dopo aver patito così tanto anche la sua voce non sia stata scalfita dal dolore? Blumberg ci illustra la sua discesa agli Inferi, ma mentre ce la mostra ci tiene connessi con il mondo di sopra, ci tiene legati alla vita.

Dopo quattro pezzi, eseguiti senza pause tra l’uno e l’altro, si alza dal pianoforte e impugna una chitarra elettrica senza paletta, dal corpo nero, più o meno rettangolare. Sulle prime, tutto lo ZUT! è affascinato nel sentire la sua voce accompagnata da un altro strumento ma qui vengono anche le noti dolenti. Le parti melodiche non vengono più disturbate in contemporanea dal violino ma vengono troncate di netto per fare spazio a momenti rumoristici e distorti che si alternano sempre più frequentemente e destinati a durare sempre di più. Blumberg interrompe le parti melodiche quasi mentre sta cantando.

Doveva arrivare prima o poi il momento in cui l’artista aprisse del tutto il vaso di Pandora ma il rumore prodotto, le modalità e le tempistiche con cui ha deciso di produrlo sono da rivedere, almeno dal vivo, almeno con la formazione ridotta a soli due elementi. Comincia a farsi sempre più costante un caos informe e monocorde, sparato a volume altissimo, ancora più disturbante se inflitto a degli spettatori seduti. Qualcuno, anche se in pochi, comincia ad alzarsi. Beh, sì. l’Italia è ancora lontana dal caos ordinato, figurarsi da quello totalmente dionisiaco di Blumberg, e, forse, insieme all’Italia anche io.

Nonostante gli sprazzi di luce e le parti melodiche comincino ad essere sempre meno, io rimango, comunque intento a voler capire cosa voglia comunicare anche nel caos e fino a dove voglia spingerlo. Blumberg sembra riprodurre fedelmente la sua disperazione (anche se lui nell’intervista nega nettamente) e vi riesce bene ma quando l’arte vuole replicare la vita senza il suo filtro magico eccola perdersi.

Nel finale però tornano le parti melodiche, tornano ad alternarsi mirabilmente speranza e disperazione, fino al meraviglioso finale di “The Fuse” in cui i due sentimenti sembrano sfumare l’uno nell’altro fino a confondersi.

Il concerto si chiude con Blumberg che batte come un forsennato sui tasti del pianoforte, a cui nel frattempo è ritornato, gridando come un ossesso “Someone else is in my house”. Forse il sonno è tornato e stavolta è denso di incubi. O forse non ci si è mai svegliati.

L’intervista:

Di seguito l’intervista che Daniel Blumberg e Billy Steiger mi hanno rilasciato prima del concerto.

– I testi del disco sembrano una confessione a cuore aperto. L’arte per te ha un valore terapeutico?

Daniel – Sì, ma per me disegnare è la cosa più terapeutica, mi calma molto.

Billy – Io credo che sia più terapeutico ascoltare la musica e beneficiare dell’arte fatta da altri anziché farla.

D – [rispondendo a Billy] Tu dici? Beh, c’è anche da dire che io non ascolto musica molto spesso. Magari dovrei (ridendo).

– Sappiamo, che sei anche un disegnatore e dei tuoi disegni sono anche esposti da Christie’s. Quanto è importante per te come artista combinare diversi ambiti artistici? Disegnare ha un’influenza sulla tua musica e viceversa?

D – Sì, disegnare è un’attività che si può fare costantemente, come in aereo, mentre non si può fare lo stesso con la musica o la pittura. Quando puoi svolgere un attività ovunque, credo che sia naturale che si instaurino delle relazioni con tutto ciò che fai. Comunque anche Billy disegna.

B – Credo, che qualsiasi cosa possa diventare arte o influenzare la propria arte, è difficile dire cosa influenza cosa, ma in definitiva sì, si influenzano vicendevolmente.

– Se nei testi e nel cantato ad emergere è più la dolcezza e la malinconia, sembra che lasci al suono la possibilità di far esplodere la rabbia e la confusione attraverso effetti e suoni distorti. Perché hai optato per questa scelta? Pensi che la musica per certi sentimenti sia più incisiva delle parole?

D – Sì, trovo che le parole siano più limitanti. Personalmente trovo più facile esprimermi attraverso il disegno o la musica. Io scrivo molto raramente, solo per dare delle parole alla mia musica. In ogni caso non le userei se non pensassi che siano importanti.

B – [riferendosi alla prima affermazione] Alcune sonorità esprimono disperazione e rabbia? A me piacciono molto quando le distorsioni sono così intense.

D –  Non ho mai pensato che le distorsioni presenti nel disco esprimano rabbia però penso che questo è il bello di quando si fa qualcosa a cui gli altri hanno accesso e a cui possono dare una loro interpretazione.

– Allora quale significato avevi dato a questo tipo di sonorità quando hai composto le canzoni?

D – Non so a cosa abbia pensato, non ho pensato a nient’altro al di fuori di ciò che stessi suonando. Per te Billy?

B – Anche per me e stato così.

– Com’è guidare un progetto dopo aver fatto parte di diverse band?

D – Ma in realtà e un processo collaborativo. Sono coinvolte le voci di tutti, la musica è più come un dialogo tra diverse voci e nessuno potrebbe suonare così da solo. Ma io penso che ti riferissi a quelle strane cose chiamate “band” che io trovo un concetto terrificante.

– Qual è allora per te la differenza tra il lavoro che svolgete voi e le classiche band?

D – Noi facciamo quello che vogliamo, ovviamente rimanendo tra di noi sulla stessa lunghezza d’onda, mentre alcune mie esperienze con le classiche band sono state bizzarre poiché erano qualcosa che non nasceva dall’autenticità del momento. Metteresti mai insieme un gruppo di pittori e poi li faresti pitturare per tutta la loro vita in insieme, o dei registi? Le band sono uno strano progetto commerciale per teenager.

B – [scimmiottando il leader o il produttore di una ipotetica band] “Suona queste cose, suona quell’altre, registrale, poi va in Italia e risuonale!”

D – Poi certo non tutte le band fanno questo. Tu, Billy, credi che (cita un nome incomprensibile) facciano così?

B – Ma loro sono una band?!

D – Noi vogliamo evolverci di continuo, ci sono diversi modi di evolversi, proprio come in diversi modi si evolvono le relazioni umane. Quando eravamo a Londra ed eravamo impegnati a registrare musica, per progredire, a volte suonavamo insieme, a volte no, come tuttora funziona tra me, Billy e gli altri.

– Grazie per la vostra disponibilità. Buon concerto!

D – Grazie a voi per le domande. Spero possa piacervi.

Visita la sezione live report del Magazine di Radio Cult, oppure leggi altri articoli di Andrea Barcaccia.


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