Frah Quintale fa rima con rap sentimentale

- aprile 8, 2018

Ore 23. Parcheggio dell’Urban, zona industriale di Perugia. I tacchi iniziano a rimbombare sul terreno sdrucciolevole, i cofani si aprono e chiudono per depositare le giacche e sfuggire alla dittatura del guardaroba. Non c’è tempo per la fila, oggi bisogna essere lesti, per vantarsi di esser stati molesti.

Si levano al cielo bottiglie di plastica riempite di vodka e lemon, i più sofisticati azzardano vino da tavola.

Scene di ordinario esorcismo di un sabato sera, santo quanto basta.

“Ma com’è questo Frah Quintale?” “Simile a Coez, ma un po’ diverso”, “No Frah è un grande, spacca, vedrai”. La folla entra al richiamo del live. È Olden, una voce calda che prepara il mood della serata, fa sfogare la disillusione nel pathos, “ci hanno fregato tutto”, la protesta incalza e con lei la foga del pubblico, che ormai aspetta disattento solo il suo fratello.

Ci siamo, Liberato e Calcutta nelle casse mettono tutti d’accordo, anche chi non lo sarebbe, la folla erompe con convinzione in un “weee deficienteee” che ognuno rivolge al proprio destinatario ideale.

Eccoli, il primo a salire sul palco è Ceri, produttore e one man band con tastiera e drum pad, segue Frah, aspetto dinoccolato di rappresentanza, camicia slabbrata, cuffia e scarpe di tela colorate.

Quasi didascalico, introduce il primo pezzo, “2004”, da innegabile romantico quale è, non può partire che da lì: “Ho disegnato il mare in un parcheggio / ho finto che l’asfalto fosse sabbia / e ho fatto dei castelli in aria / ma sono uscito da una gabbia. / Agli altri è andata sempre molto meglio / ma questa vita è bella perché cambia”. È già un’emozione corale che prende fiato, intorno a me vedo labbra sussurrare frasi in cui non è difficile riconoscersi. Ormai è iniziata la “Terapia”, quando poi si entra nel vivo dell’ultimo album “Regardez moi”, “guardami”, una dichiarazione fin troppo chiara e forte, cantata a  “8 miliardi” di persone che sono qui, qui all’Urban, in questo “Sabato” di catarsi melodica.

Frah ci crede, esagera e si diverte a raccontare, “allora raga, questa canzone…” ed è un attimo che le storie diventano stories.

“Tu non lo sai / che la colpa non è la mia / ma è colpa del vino / se è quasi mattino e io sto ancora in giro e ti scrivo”, si confessa Frah e con lui i tanti, tantissimi che non trattengono il sospiro e ripensano a quelle albe in cui hanno perso la dignità per un “ciao che fai?” che alle 5.31 è una dichiarazione di intenti neanche minimamente dissimulata.

Siamo nel fulcro del concerto e Frah smuove la folla con il suo goliardico invito: “Passa da me che fumiamo un po’/ passa da me che parliamo un po’ e beviamo un po’ e poi non lo so / puoi anche fermarti a cena se ti va / ho casa libera stasera, ci mettiamo su un film e poi passiamo la serata così ah / sì ah sì ah”. Il pubblico femminile lancia occhiate poco caste al fratello, che ora sembra realizzare in sé il mix micidiale di tenerezza e audacia.

“Ho rotto un altro cellulare, capirai che sfiga / tanto ormai non ho più nessuno da chiamare / non hai letto la mia frase / non ti sento più vicina / non mi metti più mi piace / non sai quanto mi dispiace”, con “Cratere” Frah mostra il comportamento dei moderni cavalieri che risolvono le pene d’amore nell’indolenza e nel fumoso rimpianto di una notifica a forma di cuore in meno.

Arriva il momento di Ceri, finora bonaria spalla in secondo piano, che sfodera un pezzo da novanta che ci fa chiedere dove sia stato finora e perché non ci abbia fatto compagnia quelle sere in cui usciamo tanto per non stare a casa a rimuginare su tutto ciò che non va: “Bimba mia / Dovrai piangere cento volte / Prima di poter sorridere / Dovrai vivere mille vite / Prima di saper uccidere / Dovrai odiare così tanti uomini / Per capire come amarli tutti.”

Ormai siamo scesi nella fase lenta della serata, da “Occhi” passiamo alla hit “Gravità”, che ci porta per mano in atmosfere rarefatte di sogni e realtà, tra luci di locali e di costellazioni, e ci ricorda che non ci dobbiamo preoccupare perché “siamo vivi finché sorge il sole”.

Adesso che siamo intimi, Frah ci racconta di quando andava “Nei treni la notte” per scrivere il suo nome, quello della sua amata, per dare una parvenza di umanità ad un mondo in cui sembra non ci sia più spazio per il colore e i sentimenti.

Ma nostro fratello insiste a ripetere che basta poco, quel poco di cui non ci accorgiamo, ad essere felici: “Sta tornando il sole / lo aspettavo da un po’ / resta pure con me”.

Il concerto è finito, mi giro e sembrano tutti soddisfatti, tranne alcuni che palesemente sono venuti seguendo la crew per fare qualcosa di diverso dalla solita vasca in centro.

“Se non canti l’ultima, noi non ce ne andiamo”. Il pubblico di Perugia non lascia andare via facilmente, una volta che si è creata la confidenza. Frah, che pare non aspettare altro, bissa i due cavalli di battaglia: “Sì ah” e “Cratere” che sembrano saziare finalmente i fan.

Io, che ho scoperto Frah Quintale appena poche settimane fa, sono così contento di averlo sentito dal vivo che quasi quasi gli chiedo una foto. La mia amica saggia mi trattiene, non ci dobbiamo confondere con i quindicenni, dice.

Parte con cattiveria il dj set dei Roghers ed è subito Mercoledì Rock.

Sono solo le 4 e la pista si è svuotata, incredibile ma vero, ho il mio spazio vitale per ballare, credo che non sia mai successo. Troppo emozionato per questo evento più unico che raro, vado al centro e solo tornando a casa mi ricordo che tra poco bisogna spaccare le uova.

Santificare le feste, lo stai facendo bene.

Foto: Roghers Staff 


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