JAMES HOLDEN @ TEATRO DUSE

- aprile 24, 2018

James Holden ha quasi quarant’anni, anche se non li dimostra a guardarlo in faccia.
Sguardo basso, sorriso timido e atteggiamento riservato, eppure dal suo percorso musicale trapela tutto l’opposto.

James Holden non è più il dj che “bussa” e fa ballare a suon di techno e trance, James Holden ora si può definire il “leader-sciamano” di un collettivo chiamato “The Animal Spirits “ con cui ha prodotto il suo ultimo omonimo album, uscito per la sua immortale etichetta Border Community.
C’era la curiosità di sentirlo dal vivo questo nuovo e strano disco, e sentirlo live in un teatro poteva essere un’esperienza piuttosto interessante.

Il Teatro Duse di Bologna è abbastanza pieno, manca solo la seconda galleria da colmare ma l’atmosfera è quella giusta, con persone che aspettano di sentire o meglio di vivere l’esperienza di questi “spiriti animali”.
In apertura c’è Laurence Pike, batterista australiano; non facile da seguire e capire la sua breve esibizione. Leggeri sottofondi ambient e psichedelìa a profusione in contrasto con percussioni e ritmi a volte tribali, a volte jazz e a volte un po’ troppo nella sua mente che nelle nostre orecchie.
Va bene cosi, ci sta, ma ora arriva il momento del genio, entrano gli “Animals”.

James si presenta con una tuta grigia da gommista, si siede con le gambe incrociate su un palchetto centrale davanti al laptop e un paio di controller, il tutto coperto da nastrini colorati che richiamano la copertina del disco. Poi ci sono Etienne Jaumet degli Zombie Zombie al sassofono e al flauto; alla batteria Tom Page dei RocketNumberNine; Liza Bec a suonare clarinetto e sassofono; ed infine seduto davanti a tutti Lascelle Gordon con una ventina di percussioni varie a cui non darà mai pace.

Il live parte subito forte con la tripletta “Incantation For Inanimate Object” vocalizzata da James e Liza, poi in sequenza “The Animal Spirits” allacciata a “Renata”: è subito pelle d’oca.
Nessun elemento sovrasta l’altro, tutto è ben bilanciato e ben collegato e la struttura è sempre quella: partono i timidi synth di Holden che piano piano crescono, poi entrano le percussioni e la batteria, si inseriscono i fiati e il tutto è in linea, poi una pausa dilatata, mentale, poi il crescendo e l’esplosione finale. Il live procede così per ogni brano, Holden esegue tutti quelli dell’ultimo disco e ci induce nella sua nuova visione di musica, entriamo nel suo mondo, facendo diventare il tutto un a vera e propria esperienza, un viaggio psichedelico, incantato e senza limiti.
Sul palco vengono proiettate immagini indefinite, colorate, che variano a ritmo di musica per poi diventare la sagoma di James ripresa dal vivo, dalla quale escono fiumi di colori e raggi sfavillanti come a mostrarci cosa abbia letteralmente in testa il produttore inglese.

Unici brani “vecchi” sono stati appunto “Renata” in apertura, “The Caterpillar’s Intervention” e “Gone Feral”, tutti tratti dal capolavoro del 2013 “The Inheritors”.
Dopo un’oretta e venti minuti il live termina con un lungo applauso e incitamenti vocali che fanno contenti James e compagnia, sono contenti e appagati tutti.

Il pubblico ha apprezzato questa esplorazione nel nuovo territorio holdeniano fatto di melodie elettroniche “suonate”, percussioni e fiati, che hanno trascinato ogni ascoltatore a perdersi in foreste allucinogene infinite che segnano una decisa evoluzione nel modo di concepire ed eseguire la musica del boss Border Community.

È vero, ora ci sono più strumenti musicali, c’è un’intenzione di live più simile a quella di una vera band, che “suona gli strumenti piuttosto che strumentalizzare i suoni”, ma il risultato è quello di sempre: un perfetto mix sonoro di bellezza/audacia/melodie/stupore che continua a far innamorare la gente di James Holden e lo consacra ancora una volta tra le menti più geniali del panorama elettronico contemporaneo.


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