Dei Prodigy a Livorno e della gente che non sa più godersi i concerti – Live report

- Dicembre 11, 2018

Venerdì 30 novembre è arrivato in Italia, per la prima di due date tra Toscana e Romagna, il No Tourists Tour 2018 dei Prodigy. Io ovviamente non potevo mancare questo delicatissimo live, in pieno amarcord adolescenziale in occasione del quale ho rispolverato addirittura la mia decennale borsa da concerti, con la spallina con la bandiera dell’Etiopia che manco ve lo sto a raccontare.

Il concerto

Tanto per cambiare sono arrivata alle 21 quando l’evento iniziava alle 20, quindi il gruppo spalla l’ho malamente mancato, ma ero molto curiosa quindi me li sono andati a sentire e mi sono un po’ mangiata i gomiti. Gli Slaves, duo di Royal Tunbridge Wells formatosi nel 2012, sono divertenti, molto inglesi. Nulla di trascendentale ma dal vivo in apertura ai Prodigy erano una scelta secondo me giusta.

A voi un ascolto:

Bene, io sono arrivata giusto in tempo per saltare la fila delle birre e prendere posizione. Dovete sapere che il mio approccio ai live è un po’ manesco, non sono proprio femminile in questi contesti. Cioè vaglielo a spiegare a mamma che sua figlia ha un occhio nero perché ha preso una testata in un pogo al Bay Fest. Cioè vaglielo a spiegare a mamma che cos’è un pogo.

Comunque, con Breathe in apertura spiegano subito a tutti chi comanda, e settano già il ritmo serrato che mantengono per tutta l’esibizione. Infaticabili, Liam, Keith (che tiene lo stesso taglio di capelli da quando sono nata – beato lui, io sto sempre lì che non capisco se frangetta sì, frangetta no, accorcio, allungo, tingo, non tingo e via dicendo) e Maxime (una presenza sinuosa, quasi erotica, su un palco che produceva suoni tutt’altro che sensuali), tengono il palco dall’inizio alla fine senza perdere un colpo. Suonano per seconda Resonate, estratta da No Turists, che a parer mio non è un disco eclatante ma che si presta perfettamente alla mattanza dei live. E così via, in un lunghissimo e quasi ininterrotto show di quasi due ore senza sosta.

Non mancano i classici: Voodoo People, Firestarter, Smack My Bitch Up, Take Me To The Hospital tra i bis. Nota di merito necessaria alle luci: fichissime. In definitiva: un concerto che va vissuto una volta nella vita, senza picchi di epicità ma assolutamente onesto e pienamente nelle aspettative.

Braccia e smartphones

Passiamo alle note dolenti. Se nulla ho avuto da ridire sull’esibizione, molto purtroppo mi ha dato da riflettere l’atteggiamento della gente che vi ha assistito, e mi sono permessa di allargare poi il ragionamento al generico. Vi spiego: si abbassa la musica del set randomico che mandavano durante l’attesa, si abbassano quindi le luci e subito si alzano decine di braccia che sorreggono smartphones intenti a fare video dell’esibizione.

Ora, amici miei, ragioniamo insieme: se io ho speso cinquanta euro per vedere un live – “live”: traduzione inglese di “dal vivo” –  perché mi costringi a vederlo nel microscopico schermo del tuo telefono? Ora, amici miei, secondo voi, se a questa gente in un momento di euforia generale arriva una gomitata sulle costole lasciate indifese per tenere in alto le braccia, cosa succede? Ve lo dico io: vi ritrovate, nel pieno di un pogo, decine di persone che pretendono di fermare tutto e tutti perché è caduto loro il telefono. E non sto esagerando. Decine.

Ora, amici miei, senza dare il via ad una prosopopeica quanto inutile e fuori luogo arringa avversa alla tecnologia e ai social, conveniamo tutti che questo trend di “stare sempre sul pezzo” sia del tutto sfuggito di mano? Cioè, davvero non ci sappiamo più godere un momento di divertimento senza la frenesia di condividerlo subito? Retorica spicciola la mia, me ne rendo conto, ma lo stesso non me ne capacito.

C’è però chi comunque, fortunatamente, condivide questa retorica spicciola, dal Berghain di Berlino,  che da sempre vieta foto e riprese al suo interno, a Yondr (https://www.overyondr.com/), start- up americana che dal 2014 produce un sacchettino di neoprene che scherma il telefono una volta inserito al suo interno, rendendolo inutilizzabile. Yondr è già stato impiegato durante le esibizioni di svariati big della musica, ma viene utilizzato anche in altri contesti, ad esempio a scuola.

Insomma, non per fare la Rottermeier della situazione, ma una roba come quella del concerto in questione io non l’avevo mai vista, e mi porta a dover utilizzare una parola che detesto (quindi mi fa girare ancora più le scatole): inaccettabile.

Senza menzionare i tentativi di scippo subiti da me e da uno dei miei amici (cioè io ho pescato un tipo che mi stava aprendo la borsa e ci stava infilando una mano dentro con una faccia tosta che mi sono sentita in imbarazzo per lui) e l’inspiegabile arcano dei tizi che avevano preso il biglietto a sedere, che ogni tanto osservavo preoccupata. Diffidate sempre da chi va ai concerti e resta a sedere, pure fosse Ennio Morricone con tutta l’orchestra: dovete pogà. No, scherzi a parte, il mio è un appello aperto e col cuore in mano: esiste una sorta di tacito galateo per chi assiste a un live, è semplice e si basa sul buonsenso. Applicatelo.

Infine, un avviso per correttezza: se mai ci ritroveremo a vedere lo stesso concerto e sei uno di quelli che non fa altro che fare video, foto, selfie e mandare audio agli amici, probabilmente la botta che ti farà cadere il telefono te la darò io. “Per sbaglio”.

Visita la sezione live report del nostro Magazine, o leggi altri articoli di Annalessia Castori.

 

 

 

 

 


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