REGGAE COME PATRIMONIO DELL’UMANITÀ, COSA PENSARE?

- novembre 30, 2018

Il reggae diventa patrimonio dell’umanità per aver contribuito al dibattito internazionale su ingiustizia, resistenza, amore e umanità.

Subito dopo questa nomina da parte dell’UNESCO, un’interminabile sequela di festeggiamenti ha invaso la rete. Sicuramente per i parametri dell’UNESCO, rendere un fenomeno culturale degno di tanta attenzione significa riconoscerne il peso che questo ha all’interno di una società e avvaloralo a tratto distintivo di questa, ma non solo.

Essere patrimonio dell’umanità significa essere una ricchezza di tutte le genti del mondo. Dare tanto peso ad un fenomeno culturale ha però qualcosa di diverso dal fare lo stesso con un monumento, perché di fatto è come se si volesse congelare qualcosa nel tempo e renderla viva per sempre con gli stessi connotati, ma qui non si sta parlando di una musica persa o di un oggetto ma di un fenomeno vivo, prolifico e che negli anni ha sfondato le frontiere dell’isoletta caraibica per arrivare alle orecchie di tutto il mondo.

Non tutte le musiche popolari godono di questo riconoscimento ed un motivo c’è: non sono così culturalmente caratterizzanti per una data società e per il mondo. Ma andiamo a guardare le motivazioni che l’UNESCO ha addotto per giustificare la sua scelta: per aver contribuito al dibattito internazionale su ingiustizia, resistenza, amore e umanità.

Una cosa che suona strana, molto strana se pensiamo che l’UNESCO è piena espressione della cultura e del potere occidentale.

Detto questo, non c’è dubbio che il reggae ricopra un ruolo caratterizzante nella cultura giamaicana, ma è un qualcosa che oggettivamente merita di essere innalzato a patrimonio dell’umanità? Dal mio canto la risposta è sì se si pensa al reggae come musica anche se non ne sono completamente sicuro se si pensa al reggae nella visione complessiva della cultura giamaicana di oggi, ma questa è un’altra faccenda.

Ciò che considero importante, ma curioso, è appunto la motivazione di tale approvazione. Sono completamente d’accordo sul fatto che il reggae abbia ricoperto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della cultura e non solo giamaicana, anche se a mio avviso è stato sbagliato il soggetto.

Il reggae infatti è soltanto uno stile musicale e, per quanto originale, rimane pur sempre soltanto un modo di suonare, per altro evoluto in forme e stili ampiamente contestabili sia dal lato stilistico che dal lato dei contenuti, pieni di omofobia, sessismo e violenza.

Il reggae non è nato per veicolare messaggi di “peace and love” e neppure di protesta, ma semplicemente come nascono un po’ tutte le musiche e tutti gli stili, ovvero per una serie di cause e concause, spesso fortuite. Se si pensa al rock, stile predominante nell’occidente degli ultimi cinquant’anni, non tutti hanno usato quella musica per le stesse finalità. Basta confrontare il rock di Elvis con quello di John Lennon per capire cosa intendo.

Sicuramente la Giamaica è stata una delle prime terre in cui la consapevolezza nera d’oltreoceano ha preso forma e la coscienza di un popolo sradicato con violenza dalla propria terra, per divenire schiavo di chi allora deteneva il maggior potere economico, si è fatta forte e si è trasformata in azione, ma questo con il reggae non c’entra o c’entra solo parzialmente.

Ciò che in Giamaica ha determinato una presa di coscienza è stato il movimento rastafariano, nato nei primi anni del secolo scorso, a seguito delle ribellioni ottocentesche e rafforzato da eventi storici accaduti nei primi decenni del novecento. Che il movimento rastafariano abbia poi usato la musica per veicolare messaggi è un qualcosa di importante ma marginale, perché non tutti i rasta politicamente impegnati sono stati dei musicisti. E anche l’immaginario diffusosi attraverso il reggae ha spesso spostato l’attenzione dal messaggio originale a quello elaborato da anni di evoluzione del pensiero. E non bisogna neppure confondere il rastafarianesimo religioso con il rastafarianesimo politico.

Le prime forme di questo movimento sono infatti squisitamente politiche. Il rastafarianesimo nasce come forma di lotta al potere coloniale e il peso della figura del re etiope Hailé Selassié è prima quella di un sovrano nero che si affianca a pari livello alle corone europee che quella di una divinità. Per quanto poi il considerarlo divino diviene una forma di autodeterminazione religiosa di un popolo che desiderava un dio con la pelle nera. 

Ma va detto e sottolineato che le prime forme di rastafarianesimo avvenirono addirittura fuori dalla Giamaica, negli USA, dove generarono anche dei pesanti disordini. Si parlava di movimenti nazionalisti neri che volevano identificarsi in un popolo costituito sotto forma di stato riconosciuto a livello internazionale.

Ecco perché l’incoronazione di un re nero divenne il simbolo di un’emancipazione possibile e l’attacco dell’Italia all’Etiopia venne visto come la definitiva dimostrazione della barbarie dell’occidente e della falsità del concetto di civilizzazione tanto osannato dall’Europa di quel tempo.

Quando Leonard Howell tornò in Giamaica, dopo aver lavorato per anni negli Stati Uniti, dette vita ad un movimento che per gli inglesi non fu altro che sedizione.

L’esperimento di Pinnacle, una comunità rasta, iniziato nel 1939, si pose subito in netta contrapposizione con lo stile di vita inglese. L’uso della ganja, il modo diverso di intendere la proprietà privata e il continuo predicare contro il potere oppressivo dell’impero coloniale inglese pose Howell al centro delle attenzioni del potere stesso che cercava di combattere.

Howell venne infatti accusato di consumo di marjiuana prima incarcerato e infine internato in manicomio, come da lì in poi avverrà generalmente ai rasta giamaicani.

L’evoluzione del rastafarianesimo è dunque l’evoluzione della presa di coscienza nera che si determina di pari passo agli eventi storici e ai cambiamenti di una società come quella giamaicana. L’adozione di tutta una serie di simbologie caratterizzanti la cultura rasta è infatti figlia di una serie di lotte di carattere internazionale.

Dalle vicende d’Etiopia, ai movimenti non certo pacifici dei Nayabingi dell’Uganda o dei Mau Mau del Kenya arrivano i colori giallo, rosso e verde, il leone di Giuda e i Dreadlocks a dimostrazione di come il movimento rasta trascenda i confini della Giamaica per unirsi ad un’idea di emancipazione molto più ampia.

L’indipendenza della Giamaica, ottenuta nel 1962 non sancisce un definitivo cambio di rotta e un conseguente miglioramento delle condizioni di vita dei neri e questo da un lato contribuisce ad un cambio di rotta sia del rastafarianesimo sia del potere costituito che cerca di mantenere la supremazia in modo diverso.

Da lì in poi il potere coloniale, prima completamente proprietario dell’isola si trasforma in una forma di potere prettamente economico, capace di schiacciare la popolazione nera con una oppressione di tipo capitalista. Anche la politica dell’isola finì per travolgere la società in un turbinio di violenze per le quali tutt’ora oggi la Giamaica paga il prezzo.

La liberazione dall’influenza bianca è un processo ancora non del tutto concluso. L’influenza degli Stati Uniti si è pian piano fatta strada unendosi a quella del Regno Unito, mai del tutto sradicata dall’isola. Il potere occidentale, grazie a tutta una serie di operazioni anche poco pulite, non ha mai smesso di esercitare la propria oppressione spingendo il movimento rasta verso un indebolimento politico che è coinciso con l’apertura del rastafarianesimo ai bianchi. Cosa impensabile alle origini del movimento.

Il reggae, che aveva avuto il merito di portare all’attenzione delle masse europee una cultura così lontana finì per assurdo quasi a fargli perdere il suo principale tratto distintivo.

Dichiarare dunque il reggae patrimonio dell’umanità per contribuito al dibattito internazionale su ingiustizia, resistenza, amore e umanità, senza citare la forza culturale del rastafarianesimo, sembra quasi come voler colpire definitivamente il movimento rastafariano nella sua più intima identità.

Ecco perché questa promozione a patrimonio dell’umanità mi fa sorridere da un lato e mi fa arrabbiare dall’altro, perché intrisa di quell’ipocrisia bianca che ama collezionare elementi culturali spogliandoli del loro valore simbolico.

È il “paradosso dei Robinson”, ovvero del nero accettato perché di fatto sbiancato da tutto il nero che non piace all’occidente, è il nero che viene accettato quando domato dalla cultura bianca e completamente assimilato da questa.

Dispiace dirlo, perché magari questa posizione potrà essere presa come estrema, ma in un momento in cui i popoli d’occidente votano partiti che spingono al razzismo, all’isolazionismo, all’odio, promuovere una cultura di resistenza sarebbe stato un gesto politico importante, ma limitarsi a promuoverne una sola espressione, con paroline dolci, quasi si volesse accarezzarla come si fa con un cagnolino, non rende giustizia ad un secolo di lotta e resistenza attiva. Ma spero di sbagliarmi.

 

Get Up Stend Up

Il testo racchiude in sé il senso di rivolta e resistenza proprio del rastafarianesimo

Get Up, Stand Up, stand up for your right
Get Up, Stand Up, stand up for your right
Get Up, Stand Up, stand up for your right
Get Up, Stand Up, don’t give up the fight

Preacher man don’t tell me heaven is under the earth
I know you don’t know what life is really worth
Is not all that glitters in gold and
Half the story has never been told
So now you see the light, aay
Stand up for your right. Come on

Get Up, Stand Up, stand up for your right
Get Up, Stand Up, don’t give up the fight
Get Up, Stand Up, stand up for your right
Get Up, Stand Up, don’t give up the fight

Most people think great God will come from the sky
Take away everything, and make everybody feel high
But if you know what life is worth
You would look for yours on earth
And now you see the light
You stand up for your right, yeah

Get Up, Stand Up, stand up for your right
Get Up, Stand Up, don’t give up the fight

Get Up, Stand Up. Life is your right
So we can’t give up the fight
Stand up for your right, Lord, Lord
Get Up, Stand Up. Keep on struggling on
Don’t give up the fight

We’re sick and tired of your ism and skism game
Die and go to heaven in Jesus’ name, Lord
We know when we understand
Almighty God is a living man
You can fool some people sometimes
But you can’t fool all the people all the time
So now we see the light
We going to stand up for our right

So you’d better…

Get Up, Stand Up, stand up for your right
Get Up, Stand Up, don’t give up the fight
Get Up, Stand Up, stand up for your right
Get Up, Stand Up, don’t give up the fight

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