Don’t miss it di James Blake è un taglio sotto anestesia

- Maggio 26, 2018

Quello di stamattina è stato un bel risveglio.
Il sole. Un’altra città. Il calore di un’amica importante che mi viene a chiamare e subito l’odore di caffè.
Una telefonata con mia madre, che mi riporta per qualche minuto a casa e mi fa sentire che anche oggi io e il mondo possiamo andare d’accordo.

Quello di stamattina è stato un bel risveglio. Arancione e giallo.

Bene. Prendete tutto questo e stravolgetelo completamente.

Nell’immagine accogliente di qualche riga sopra, fin troppo neoclassica per essere reale, si insinua quella che per me è a tutti gli effetti una notizia: stanotte, in anteprima su BBC Radio 1, è uscito l’ultimo singolo di James Blake.

Aspetto di rimanere da sola e indosso le cuffie. Il telefono in silenzioso e il volume della canzone che lascia fuori qualsiasi altro suono.
In questo esatto momento sono al tredicesimo ascolto credo, ma ho perso il conto effettivo qualche tempo fa.
Tutto è in standby, e l’arancione e il giallo hanno già lasciato il posto al blu e al nero.

Per me James Blake è un rituale, ormai lo so, perché mi spezza e mi rimette insieme.

Si chiama Don’t miss it, e la regolarità del mio respiro è già compromessa dal primo ascolto.

Si tratta del secondo inedito uscito dall’inizio dell’anno, dopo If the Car Beside You Moves Ahead rilasciato a gennaio. Stando a Pitchfork, ci troveremmo di fronte a una gloriosa collaborazione con Dominic Maker, una metà dei Mount Kimbie (ai quali io sono infinitamente grata perché anni fa è ascoltando loro che ho scoperto Zoo Kid, aka Archy Ivan Marshall, ovvero King Krule).
Si tratta, tra l’altro, di un do ut des che riempie di gioia: nel brano We Go Home Together dei Mount Kimbie, infatti, uscito nell’aprile del 2017, al minuto 1.05 sentiamo entrare la voce di Blake, che non ci lascia più fino alla fine della canzone.

Ma torniamo al blu e al nero.
Il video è essenziale: la schermata di un iPhone sulla quale si susseguono le parole taglienti di un testo potente.

The world has shut me out
If I give everything I’ll lose everything
Everything is about me
I am the most important thing

E poi, lapidario:

And you really haven’t thought all those cyclical thoughts for a while?

Ed ecco che mi legge, e mi spiega che i pensieri disturbanti che mi entrano in testa e sembrano non volermi lasciare non sono solo miei.

I could avoid coming to life […]
I could leave in the middle of the night

Subito dopo, però, qualcosa gira. Un ma cambia la prospettiva: But I’d miss it.

È successo qualcosa. Il testo che mi stava entrando nella testa e stava toccando le mie corde più torve prende le sembianze di una scialuppa. E in qualche modo sta parlando direttamente con me.

When you stop being a ghost in a shell
And everybody keeps saying you look well
Don’t miss it
Like I did

Ed è qui, alla fine, che Blake introduce sé stesso.
Ecco lo strazio, stavolta non il mio. Il suo. Me lo stava raccontando, e io non l’avevo capito.

In qualche modo Blake ha il potere di rimanere simile a sé stesso stupendomi sempre. Le sonorità sono riconoscibili, ma mai scontate. Un pianoforte oscuro, quella che sembra essere una seconda voce lirica, looppata e tormentata, l’uso sapiente del silenzio.
Provo quello che provai quando ascoltai per la prima volta Limit To Your Love, o peggio ancora A case of you, ma con la consapevolezza che non avevo allora, perché erano i suoi primi lavori di fronte ai quali mi trovavo, indifesa.

Tutto è pronto, quindi, in attesa della venuta di un nuovo disco che mi spacchi il petto a metà.

Non fatevi però intimidire dalle mie parole cupe.
Come ho detto, James Blake prima ti spezza, sì, ma poi ti rimette insieme.
E quando lo fa è tutto un po’ più bello di prima.

 


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