“Faber Nostrum”: un disco inevitabile

- Aprile 29, 2019

Le celebrazioni per ricordare Fabrizio De André, a vent’anni dalla sua scomparsa, stanno ormai andando avanti da un po’. Si è partiti con il film di Luca Facchini – “Fabrizio De André – Principe libero” – e si è continuato in un’escalation di sacrosante “marce anarchiche”, libri, mostre e testimonianze varie che hanno giovato allo spirito di un Paese vecchio e conservatore necessitante, oggi come non mai, della libertà e dell’amore per gli ultimi cantati da De André durante il lungo filo della sua carriera.

Il tutto ha inevitabilmente raggiunto l’apice del nazional-popolare lo scorso 11 gennaio, data della morte di Faber e giorno in cui la memoria del cantautore è ufficialmente finita sulla bocca di tutti: dai conduttori tv, ai ministri dell’interno fascisti che, fra servizi televisivi approssimativi e dediche bislacche (vedi Salvini che condivide “Il Pescatore” senza saperne il vero senso), hanno abusato fino alla banalità del ricordo di uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi.

Si sa però che De André è un simbolo, una specie di santino appartenente a tutti. Musicista sopraffino, come sopraffine le sue “parole nomadi” capaci di elevare gli esclusi sul podio della vita e di colpire velatamente i manierismi dei potenti e dell’alta società. Una figura alla portata di tutti e di nessuno insomma, la cui estetica per lo più affascina e non lascia indifferenti, a cui ognuno dà un significato diverso e che in questo 2019 – possiamo ufficialmente dirlo – è stata elevata ancora di più e riconosciuta, all’unanimità, come essenziale per la storia dell’Italia musicale.

Dello stesso parere sembrano essere stati i sedici musicisti dell’attuale scena italiana che sotto il coordinamento di Massimo Bonelli di iCompany e con il supporto della Fondazione Fabrizio De André Onlus hanno pubblicato venerdì 26 aprile il disco “Faber Nostrum”: quindici tracce riprese dalla lunga discografia del cantautore genovese e reinterpretate in chiave personalissima dai vari Vasco Brondi, Zen Circus, Ministri, Motta, Fadi e molti altri.

Un progetto inevitabile se letto in funzione di quanto detto sopra, perché alla lunga collezione di opere commemorative mancava ancora un disco di cover. Ovviamente i più conservatori e fedeli alla sacra legge “De André è intoccabile” avranno qualcosa da ridire. Noi però consigliamo l’ascolto del disco. Perché sì, senza dubbio, un disco di cover non è essenziale e non aggiunge niente di nuovo, anzi nella maggior parte dei casi non si avvicina neanche minimamente ai livelli dell’opera originale, cadendo in una maldestra imitazione. In “Faber Nostrum” c’è però un tentativo molto bello, ovvero quello di adattare le canzoni di De André al presente. Adattare non per rinnovare, o per modificare, ma per poter semplicemente continuare a portare con sé, celebrando la grandezza di un cantautore che forse non vorrebbe essere raccontato dalla bocca di un politico ma anzi dalla chitarra di un nuovo musicista.

Senza dilungarci in sterili recensioni, nessuno degli artisti del disco raggiunge De André o riesce a dare un arrangiamento maggiormente interessante alle canzoni rivisitate: svettano su tutti Ministri, Zen Circus e Fadi. Ma non si parla di questo: De André è di tutti, cantarlo lega e fa bene ai nostri cuori. Ne abbiamo molto bisogno.


Tracklist:
1. Gazzelle – Sally
2. Ex-Otago – Amore che Vieni, Amore che Vai
3. Willie Peyote – Il Bombarolo
4. Canova – Il Suonatore Jones
5. CIMINI feat. Lo stato sociale – Canzone per l’Estate
6. Ministri – Inverno
7. Colapesce – Canzone dell’Amore Perduto
8. The Leading Guy – Se ti Tagliassero a Pezzetti
9. Motta – Verranno a Chiederti del Nostro Amore
10. La Municipàl – La Canzone di Marinella
11. Fadi – Rimini
12. The Zen Circus – Hotel Supramonte
13. Pinguini Tattici Nucleari – Fiume Sand Creek
14. Artù – Cantico dei Drogati
15. Vasco Brondi – Smisurata Preghiera


Visita la sezione recensioni del Magazine di Radio Cult, o leggi altri articoli dall’archivio di Giovanni Anderlini.


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