La Favorita, un film di Yorgos Lanthimos

- Febbraio 6, 2019

Solitudine: la conseguenza (non) favorita del potere

A volte il cinema si diverte a mettere uno di fronte all’altro i più grandi registi del suo tempo, facendoli confrontare sullo stesso campo di battaglia. Come in passato, Tarkovskij e Kubrick realizzarono, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, un film ambientato nello spazio (ma che evidentemente parlavano del e all’uomo), oggi, a solo un anno di distanza, Paul Thomas Anderson e Yorgos Lanthimos, i due fenomeni della nostra epoca, si cimentano nel film in costume.

Abigail Masham (Emma Stone), giovane donna proveniente da una famiglia benestante poi caduta in rovina, è costretta ora, per scappare dalla orribile situazione in cui riversa, a raccomandarsi alla cugina, Lady Sarah Marlborough (Rachel Weisz), la dama più vicina alla regina Anna di Inghilterra (Olivia Colman).

Il film di Lanthimos è ambientata in un’epoca più lontana rispetto a quella di P.T.A., ma, in realtà, considerata la caratura e caratterizzazione dei personaggi, sembra essere addirittura più vicina a noi. Al centro de “Il filo nascosto” vi era la ieratica e solenne figura d’artista di Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis), che, a dire la verità, è molto più regale, nello spirito e negli atteggiamenti, di tutti i personaggi di corte de La favorita, almeno all’idea a cui i film di costume, ambientati all’interno di una corte, ci hanno abituati nel corso della storia del cinema.

Qui, invece, Lanthimos utilizza una efficiente tecnica di contrasto per cui gli atteggiamenti dei nobili, dei politici e dei regnanti sono tutti estremamente poco regali; sono, anzi, mossi da istinti selvaggi e in diversi casi estremamente vili. Questa tecnica contrastiva è quella che disvela l’origine hollywoodiana di quest’opera. La maggior parte delle opere provenienti da questa grande macchina produttiva, infatti, sono caratterizzate da un doppio livello di lettura, molto più evidente che nelle opere europee: uno più in superficie ed esplicito, per i palati meno fini ed esperti, e l’altro più in profondità, più raffinato e complesso.

La Favorita, in quest’operazione, possiamo dire sia perfettamente riuscita, anche perché questa è la materia prediletta del suo regista. Anche nei film precedenti e con minore budget, Lanthimos è sempre riuscito, grazie al suo modo straniante di mettere in scena, nel mescolare drammaticità e risata amara. La risata in questo film è prodotta essenzialmente da questa tecnica di contrasti, che, però, risulta essere molto di più che un semplice “produttore di risate”. Dietro questa scelta narrativa vi è sicuramente un’istanza di verosimiglianza, poiché tutti i regnanti,  dalla notte dei tempi ad oggi, sono innanzitutto esseri umani e, in altrettanti molti casi, tra di essi, non primeggiano per raffinatezza , educazione e cultura.

Di questa lettura su due livelli, Lanthimos è riuscito, come suo solito, a fare la vera materia preziosa del film. A colpire di esso, infatti, è proprio la sua tecnica narrativa, estremamente ricca. Nel momento in cui sembra procedere orizzontalmente, eccolo tornare improvvisamente indietro nel tempo, poi procedere verso il presente, continuare il suo tracciato e impennare verticalmente grazie a scene drammatiche, poetiche, stranianti ed ironiche insieme, per poi fermarsi a respirare in una scena contemplativa e di puro piacere estetico, che serve per mettere carburante nel motore e ripartire in questo continuo saliscendi di emozioni.

E per fortuna questa tecnica narrativa e la capacità registica di Lanthimos, d’altronde, perché se essa sono davvero mirabolanti, non risulta esserlo altrettanto la storia, abbastanza già vista e, per coloro che non l’avessero mai vista (ma che davero?!), molto telefonata. Ma non concluderò certo la recensione di questo film con una nota negativa perché sono troppi in confronto i pregi.

Prima di addentrarci in quelli che sono, secondo me, davvero i due pregi principali di questo film, una menzione particolare va fatta per la meravigliosa location in cui è ambientata la storia, che influenza per forza di cose tutto l’immaginario visivo del film. Il palazzo reale nel quale è ambientata la vicenda risponde al nome di Hatfield House. Ne parla approfonditamente l’interessantissimo sito La CineTurista. Noi ci limitiamo ad anticipare che la camera da letto della regina è la Drawling Room ed è stata dipinta da Antonio Verrio, un pittore italiano, nel 1703. Tutte le restanti informazioni, altrettanto interessanti, le trovate qui. Ma arriviamo ai principali pregi.

Il primo riguarda la sceneggiatura del film e questo è da riconoscere ai due sceneggiatori. Le azioni che caratterizzano i personaggi, che io non anticipo per evitare spoiler, sono trovate eccezionali, che hanno tutte quelle caratteristiche di cui parlavamo sopra e che impennano l’andatura orizzontale della storia. Il bello di questa caratterizzazione, però, risiede anche nel fatto che il carattere delle due protagoniste, ovvero Abigail e Sarah (nonostante i premi Oscar abbiano candidato come miglior attrice protagonista la regina, a mio avviso il nucleo di tutto sono chiaramente Emma Stone e poco dietro Rachel Weisz, ndr), si evolve in maniera inversamente proporzionale se confrontato l’uno con quello dell’altra, fino a che inevitabilmente noi poveri ignari spettatori capiamo che la realtà è il contrario di quello che si è mostrata all’inizio.

L’altro è il finale. Sinceramente non sono uno che è mai stato troppo attento ai finali, probabilmente sbagliando. Quello di questo film, però, è davvero eccezionale: riesce a condensare bellezza estetica con chiarezza e profondità di contenuto.

Lanthimos e i due sceneggiatori del film (Deborah Davis e Tony McNamara) sanno benissimo che spesso i migliori finali sono quelli che disvelano il nucleo della storia in modo chiaro ma senza essere scopertamente didascalici, un compito questo che spetta al pubblico e ai critici. Questi, dopo aver inframezzato gioco e seria analisi antropologica dell’epoca che raccontano, rompono i confini del tempo e dello spazio, lanciando un grido universale: il potere è solo un’illusione, che isola anziché unire e pertanto non fa che allontanarci lentamente, giorno dopo giorno, dalla felicità.

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