SINGULARITY – Jon Hopkins | RECENSIONE

- Maggio 28, 2018

Ammetto di aver approcciato alla sessione di ascolto per la recensione con un pessimo presupposto: che il Jon Hopkins di Insides non lo avremmo mai rivisto. Con un po’ di spocchia nei confronti del nuovo lavoro di uno dei più pop e popolari nomi della musica elettronica nowdays. E invece cit:”beh…faresti bene a mettere della mostarda su quelle parole! Perché presto dovrai rimangiartele, insieme a una fetta di torta di scuse; che viene direttamente dal forno della vergogna regolato sul programma “uova in faccia”!”

Sembrerebbe infatti che il ragazzo di Kingston upon Thames non abbia affatto finito le frecce nella sua faretra.
Personalmente lo avvicinai con il vecchio “Insides” del 2008 su Double Six.
Un esplosione di blips sincopi e glitches mescolati sapientemente a tappetoni di classicismi con archi, pianoforte e synth. Ritmiche che mi ricordavano le prime derive dubstep e l’hip hop strumentale più sperimentale.

Dopo Insides vennero una serie di lavori che videro Jonathan Julian Hopkins collaborare con artisti come Brian Eno, King Creosonte e Leo Abrahams. Lavora anche a qualche colonna sonora per il grande schermo.
Arriva quindi il momento di “Immunity” [Domino – 2013]. Un disco bello. Personalmente non sconvolgente come Insides.
A questo punto era facile temere che il produttore inglese, allora 34enne, avesse finito di stupire. Se volessi sbilanciarmi sulla definizione di un genere sarebbe una sorta di Intelligent-Techno-Music in cui si confondono sempre di più tra loro le personalità del pianista compositore di colonne sonore, e del dj /producer di artiglieria da dancefloor.
La cassa in quarti fa da padrona, e il carattere club-ready è prepotente. Tuttavia è gonfio di quella nostalgia e romanticismo che ha fatto innamorare tutti di Insides o di Immunity.
Forse proveniente dai viaggioni psiconautici da funghetti che lo stesso Jon ha dichiarato di aver compiuto?

La traccia di apertura, omonima del disco, Singularity (come in generale nella maggior parte degli arrangiamenti) è un’interminabile salita, una costruzione a layer complessa e organica che tanto lentamente prende forma quanto rapidamente si dissolve in chiusura.
In svariati momenti del disco, sia tra una traccia e l’altra che all’interno dello stesso brano, mi è sembrato di ricevere prima una doccia fredda che mi riporta violentemente a terra dallo spazio in cui stavo fluttuando la quartina prima…e subito dopo un rebound inspiegabile mi riporta nel pieno di un’allucinazione febbrile.
Seguono Emerald Rush, Neon Pattern Drum e Everything Connected. Un trittico di cavalcate che farebbero saltare in aria qualsiasi dancefloor, eredi di Open Eye Signal, imbracciano fuciloni laser di reese bass caricati di sidechain che rimbalzano sincopati senza mai sembrare goffi. Per tutte le tre tracce che si susseguono non ho mai tregua, sono sotto il costante attacco del genio ipnotico di Hopkins. I pad mi isolano dal mondo e trasportano in un universo parallelo alla Koyaanisqatsi, i ritmi incalzano, mi ritrovo a ballettare senza controllo.
Feel First Line è il “giro di boa”. Spezza a metà non solo l’album…non solo la carica arrivata a livelli incredibili. Ma proprio il cuore, lo stomaco e la mente.
Dalla prima nota di questo pezzo, parte un processo di rimpicciolimento cosmico. Credo sia più o meno quello che personalmente affronta Jon Hopkins durante la sua meditazione trascendentale…
Divide perfettamente a metà il disco, abbandonando quasi in toto la strutturalità e concretezza della prima parte per addentrarsi nei meandri della composizione eterea che da sempre contraddistingue il produttore inglese (vedi alcune derive ambient/drone già in Opalescent del 2001 e Contact Note del 2004).
Sembrerebbe che previo contentino (che tanto “..ino” non è) tutto il background da pianista classico e compositore venga fuori e invada la foresta digitale che è cresciuta nella prima parte del disco.
Un album che nella sua interezza sembrerebbe suggerire una maturazione dell’artista, che forte delle esperienze club (sia performative sia nella produzione appena precedente), lo porti naturalmente a recuperare l’ampiezza e l’ineffabilità della sonorizzazione cinematografica. Lo stesso Hopkins dichiara di vedere nella composizione di colonne sonore un’evoluzione plausibile quanto probabile del suo lavoro.
Tornando sulla tracklist, dopo questo “La quiete dopo la tempesta”, entriamo in una delle tracce (a parer mio) cardinali per l’intero album. C O S M.
Consorzio Operativo Salute Mentale? Composite Object Sound Modeling? Se L Mi Citt T Veng Dentr?
Battute a parte, una valanga emotiva che riesce a mescolare perfettamente tutti gli elementi caratteristici del disco, dai vertiginosi reverberi alle basslines convulse, esperienza tipo orgasmo con ciclo bipolare schizofrenico. Insomma una serie infinita di sensazioni contrastanti, tutte molto forti.

La caratteristica lentezza straziante nella costruzione del brano qui è esemplare. Emerge chiaramente la competenza nel sound design e la ricercatezza nelle ritmiche, intuitive ma mai veramente scontate.
Di nuovo questa polaroid nostalgica svanisce inesorabilmente lasciando posto al brano che personalmente preferisco del disco: Echo Dissolve. Il Jon Hopkins di Abandon Window, che stà lassù assieme a Otto Totland, Goldmund e Nils Frahm: pianisti spezzacuore…

Pianoforte, e la sua digestione dei suoni…l’assoluta sensibilità nel dosaggio del reverbero…e il magic touch del ragazzone sui tasti e nelle infinitesimali invasioni elettroniche; niente di più nei 3 minuti e 21 secondi migliori del disco.
Mi riprendo dallo stordimento che provoca questa bolla atemporale super romantica con la traccia successiva: Luminous Beings. Che per altro inizia come quel passaggio di Edward Artemiev “The Train”, colonna sonora che accompagna i protagonisti di Stalker nel “La Zona” di Tarkovskij…
Riparte la ritmica dritta, trasportante e incalzante, ma questa volta sembra una energia nuova o rinnovata. Meno oscura e tormentata di quella che mi ha investito la prima parte del disco.
Tanti suonini felici. Tanto ossigeno. Forse anche un po’ di etere… Ma potrebbe davvero essere quella riflessione positiva e propositiva che spesso manca agli artisti elettronici ad oggi. Segno di un’audacia non indifferente. Sensibile e sempre malinconica, ma che definisce il ritorno da questo viaggio mistico. Specchio del fatto che qualcosa è cambiato. Che qualcosa cambia sempre. Le allegorie cosmonautiche mi appaiono disseminate un po’ ovunque, dalla copertina ai titoli dei brani…per non parlare dell’estetica dei temi.
Beh Luminous Beings mi dice: hai visto?! Tutto va a posto…qualunque sia il posto suo. Andrà tutto bene, anche se ora non è così, andrà tutto bene. Andrà tutto bene. Andrà tutto bene…

Qui si conclude personalmente l’esperienza attiva di Singularity.
Segue l’ultima traccia del disco, che non a caso si intitola Recovery. A parer mio una particolare attenzione di Hopkins, un particolare riguardo nei confronti dell’ascoltatore.
Io avrei assolutamente avuto bisogno di questo brano…di questi 5 minuti e mezzo di “Recovery”.
L’ennesimo tappeto di pianoforte che va e viene come il rumore delle onde del mare.
Mi ha dato modo e tempo di metabolizzare la detonazione emotiva che mi ha colpito.
Una sorta di defaticamento. Quindi: Jon Hopkins, o come dice Viscu Jon Hop-s-I-did-it-again, bene, benissimo. Avrei potuto scrivere del lavoro di mastering incredibile. Del coinvolgimento di altri geniacci come Tim Exile (Reaktor Patch Design in Neon Pattern Drum) o Sasha Lewis (Sound Design un po’ ovunque)…ma ascoltato il disco forse non avrebbe avuto senso.

 

 


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