Swell – Tiny Moving Parts | RECENSIONE

- aprile 26, 2018

Quando il non sorprendere è una cosa bella…

I Tiny Moving Parts , con l’ultimo album “Swell”, riprendono in maniera pedissequa il loro precedente lavoro “Celebrate” del 2016, facendo in modo che questo risulti un gran punto d’arrivo gradualmente raggiunto. Sproloquiare su quale dei due album sia migliore non avrebbe nessun tipo di senso: sono coerenti, paralleli.
Questo per dirvi che se già conoscevate i TMP, questo album sicuramente non vi stupirà: attenderà con molta diligenza le vostre aspettative, senza eccedenze/eccezioni; se non li conoscevate, non vi stupirà ugualmente, o almeno non nel senso spettacolare del termine.

Nonostante le 10 tracce si susseguano non presentando sostanziali varianze strutturali, una volta messo play a questo album viene voglia di ascoltarselo tutto, senza troncare ciò che si è iniziato. Questo perché il comun denominatore dei brani è proprio la “molteplicità”: c’è un perenne dinamismo che caratterizza ogni traccia e che se viene considerato nella totalità del disco può dare l’impressione di uniformare in un modo paradossalmente statico il tutto; ogni singolo brano, infatti, al suo interno è estremamente sfaccettato: cambi di tempo, di suoni e di intensità vocale rendono ogni traccia ipnotizzante e completa. I TMP sono una di quelle band che ti si attacca alle pareti dello stomaco (o alle pareti del cervello di tua madre che ti strilla “spegni ‘sto schifo!”).

Ora, se la “non sorpresa” per voi coincide con la piattezza emozionale, non ci stiamo proprio capendo. Quello che succede con Swell è piuttosto una perseveranza emotiva in tutto ciò che riguarda la vulnerabilità umana. Si tratta di stati d’animo visti al microscopio, ingranditi sempre di più fino all’ultima traccia (alle volte, forse, così tanto dilatati che potrebbero sembrarci deformati); un album che non ci inserisce all’interno di un caleidoscopio d’emozioni, bensì ci mette di fronte ad una selezione/sezione dei sentimenti.
Questa introspezione musicale messa in atto dai ragazzi del Minnesota, va necessariamente a sbattere contro tutte le intimità di chi l’ascolta e a meno che la vostra esistenza non sia stucchevole come quella di un’allegra fatina saltellante (se fosse così mi dispiace veramente per voi!), allora vi ritroverete nel vero senso della parola nelle suggestioni sonore dei TMP.

I testi. Per quanto riguarda la lirica di Swell, beh, possiamo positivamente dire che questa sia aperta all’interpretazione, mentre se vogliamo essere dei cattivoni la definiremo “inconsistente”. Io sono buona (anche se non sono un’allegra fatina saltellante). È vero che tutto quello che dicono i TMP è agli antipodi della chiarezza, i loro testi sono pieni di metafore certamente non lapalissiane e a volte le loro affermazioni sono davvero strane, ad ogni modo le loro allusioni ermetiche a me piacciono e sono sicura che anche il mio idolo di sempre, Lorelai Gilmore, rimarrebbe conquistata da frasi come “sei la caffeina nel mio flusso sanguigno!”.

I Tiny Moving Parts non sono dodici come si potrebbe ipotizzare vista la pienezza e complessità dei loro suoni, bensì sono tre, tre mostri, ma comunque tre. È sconvolgente realizzare che il cantante-chitarrista Dylan Mattheisen riesca contemporaneamente a cantare (non in un modo propriamente lineare) e a tirar fuori, in tapping, quelle velocissime sequenze di note (sentire “Feel Alive” o “Malfunction” per credere).
Il batterista e il bassista non possono essere da meno e garantisco che c’è una potente sinergia tra i tre, forse corroborata anche dal fatto che sono uniti da legami di sangue.
I retroscena sonori dei TMP sono popolati da gruppi come gli American Football e l’attitudine emo, diffusa in tutto l’album, è ben incanalata da “Applause”, la traccia che apre il disco e che ci inserisce benissimo in quella stratificazione sonora tipica di questo genere. Le singole direzioni melodiche perseguite da ogni membro della band si armonizzano in un groviglio che non presenta la classica connotazione disorganica dell’hardcore più grezzo, ma rilascia un senso di strutturalità appagante.

Concludo con l’inizio di Swell, mi sembra il miglior modo per farlo:
“Send applause to your heart strings. Send it all down. May they strum and feel everything”.

Tracce preferite: “Feel Alive” – “Caution”


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