L’IMPORTANZA DI ESSERE ANY OTHER – Breve storia di Adele Nigro

- novembre 16, 2018

Il primo ascolto è distratto, quasi incurante. Il secondo è un ticchettio nel cervello, all’altezza delle tempie, che suggerisce di smettere di distrarsi con altre cose diverse da ciò che giunge all’orecchio. Il terzo è disteso su di un letto, con gli occhi spalancati sul soffitto, un piede che si muove a tempo e la sigaretta dimenticata accesa da qualche parte: l’incapacità di smettere di ascoltare. Il quarto è una coltellata in qualche parte del corpo, probabilmente lo stomaco, ma che non fa male. Un dolore diverso dal dolore in sé. Un qualcosa di triste, ma costruttivo.

Ascoltare Any Other – il progetto musicale di Adele Nigro, ventiquattro anni, da Verona ma da alcuni anni stabile a Milano – è questo e potrebbe essere molto altro ancora, però innanzitutto è questo: una scoperta. Una sorta di viaggio, quasi un’esplorazione, con conseguente presa di coscienza della bellezza insita nelle tracce dei due dischi pubblicati nell’arco di circa tre anni da questa giovane musicista: “Silently. Quietly. Going Away.” (2015, Bello Records) e “Two, Geography” (2018, 42 Records).

Come suggerisce il nome, Any Other (“chiunque altro”,”nessun altro”) non è né una band né tanto meno un progetto solista. Sembra più che altro un contenitore, al cui interno possiamo trovare elementi in continuo mutamento e dove vaga, come a tenere incollato il tutto, una sola costante che è Adele per l’appunto: mente, leader e voce del progetto. I musicisti attorno a lei si danno il cambio fra una tournée europea e le registrazioni di un nuovo disco, mutando così le forme dell’oggetto ma non di certo il suo contenuto: musica nuova, onesta, che vaga senza presunzione in direzione opposta alla scena attuale.

Adele non nega, con un pizzico d’orgoglio, le radici musicali provenienti dall’Indie americano di fine anni ’90 – quello vero – capeggiato dai vari Pavement, Built to Spill, Modest Mouse, Speedy Ortiz, Life Without Buildings (il cui unico disco, “Any Other City”, ha ispirato il nome del suo progetto) e tanti altri ancora, fra i quali il già più eterno e oscuro Elliott Smith. Pilastri di musica che si sono insediati nelle basi delle prime composizioni di Any Other che, intanto, fra drammi personali ed esistenziali che non staremo di certo qui a snocciolare, trova il coraggio di emergere dai suoi fantasmi pubblicando il primo e già citato disco: “Silently. Quietly. Going Away.”, elogio musicale dell’attitudine Indie e resoconto di un’adolescenza passata a studiarne le forme di scrittura.

Con il passare dei mesi, dopo tanti concerti in giro per l’Europa, il materiale pubblicato annoia e fa quasi tenerezza all’autrice che, giunta a consapevolezze musicali – chissà se anche personali – diverse da quelle iniziali, amplia i propri ascolti infilandoci  jazz, ambient, folk e scoprendo così nuovi interpreti e nuove forme di scrittura. Il suo modo di fare musica prende un’altra piega soprattutto quando si rimette a studiare il sax tenore alto. Adele si ritrova così fra le mani materiale che decide di pubblicare racchiudendolo nel titolo “Two, Geography”: la sua ultima fatica che sta portando in tour per l’Italia proprio in questi giorni, dopo averne terminato un altro all’estero da poco.

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Se si vuole provare a descrivere la musica di Any Other serve però un passaggio inevitabile per i suoi testi. In entrambi i dischi le parole scelte da chi scrive sono un colpo in faccia, messe lì con una conoscenza ottima ma non totale della lingua inglese e per questo dirette, lancinanti, quasi a mostrarci scene di vita troppo intime, alle quali sappiamo che non abbiamo diritto di assistere. Accade nel primo disco in quel crescere di imprecazioni contro un amore lontano di “Sonnet #4”:
“When I see you shivers run on my spine/ Why do you never step forward?/ Why do you?/ Please come and please do something/ I’ve loved you for years/ And I’ve spent my best years loving you/ Do something, please I wrote best songs and I wrote them for you/ Where the hell have you been?”; e lo fa ancora, con più naturalezza, nel nuovo disco, per esempio nel brano “Walkthrough”: “I asked you: «Fuck me as hard as you can »/ I wouldn’t feel anything”.

Sono racconti di dolore e disagio. Di tensione e di ricerca. Racconti che evocano il dito oppressivo delle persone che spesso ci circondano. Testi di rabbia, che vertono però verso l’emancipazione da chi ci soffoca e imprigiona in schemi di vita che non avremmo mai voluto; chi ci porge davanti ruoli o aspettative che dobbiamo univocamente rispettare; chi ci chiede di frenare il cuore e riprenderci in fretta da una storia d’amore calpestata dalla persona in cui credevamo; chi ci chiede di nascondere la depressione per non sembrare troppo strani:
“They told me not to suffer/ They told me not to make it such/ A monumental deal/ So they suggested hiding feelings/ Unless I wanted to sound weird” (da “Gladly Farewell”).

Emancipazione quindi, non sociale ma mentale. Una cosa che oggi, abituati come siamo a confrontarci e a sbranarci reciprocamente, in pochissimi sanno fare. Tenersi a distanza da situazioni e persone che possono farci cadere nel baratro. Circondarci solo di chi sa farci stare bene. Fuggire da ogni situazione che ci spezza sul nascere – non per nostro volere – per rinascere, ripartire e sentirci noi stessi:
“This, the time to restart/ This, the time to break up/ I will likely change my mind/ The time to surrend/ Is overcome/ Miss, my mother, my friends/ Miss, I miss all of them/ But I’m glad I got away/ Far from some people I couldn”t stand”.

Ci sarebbe molto e molto altro ancora da dire sulla grandezza di Any Other. Ci sono le sue storie, la sua crescita di consapevolezza attraverso la musica, la sua figura che sembra piovuta da un altro panorama completamente opposto a quello privo di contenuti al quale ci stiamo abituando. C’è introspezione, lavoro su se stessi, voglia di raccontare. Scrittura come forma di terapia. Noi però parliamo della sua musica, perché alla fine è questo che Adele vuole trasmetterci più di tutto. La prendiamo e la facciamo nostra, ognuno secondo la propria chiave di lettura, ringraziandola per il piccolo spiraglio di luce che sembra essere riuscita ad aprire nella musica italiana e nelle menti di chi sa ascoltare. Da qui l’importanza, oggi, di essere Any Other.

“If they don’t see me, I am nothing/ But if they notice me, I’m nothing at all.”

Any Other è attualmente a spasso per il paese. Le date del tour:

16/11 Milano – Serraglio
17/11 Ravenna – Bronson
23/11 Pisa – Lumiere
24/11 Schio (VI) – csa Arcadia
30/11 Carpi (MO) – Kalinka, Collateral
01/12 Torino – Spazio 211
07/12 Bari – Garagesound
08/12 Bologna – Covo Club
14/12 Pordenone – Astro Club
15/12 Parma – Circolo Colombofili, Collateral


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