ARTE, CULTURA, GRIGLIATE: ALLA SCOPERTA DEL COLLETTIVO “AUGEN, LICHT”

- Dicembre 10, 2018

Ogni volta che leggo in una sinossi i termini “Arte”, “Collettivo” e “Movimento” rabbrividisco al terrore dell’ennesima parata dell’ovvietà, dell’ipocrisia e tracotanza. Su questa base comincio l’analisi di una di tutte le informazioni reperibili attraverso press kit, bio e simili – il tutto era “propedeutico” alla visione di una sorta di docufilm che raccontasse la nascita del collettivo artistico Augen, Licht: collettivo ternano che raccoglie artisti audio-visivi che spaziano da Doom ad Ambient passando per Noise e Techno più sperimentale.

Se in primis ho trovato l’idea intrigante, conoscendo bene o male tutti gli artisti che si sono addensati nel gruppo, mi sono poi ritrovato sull’intercity 599 di ritorno da Reggio Emilia con la fronte corrucciata, circondato dalla famiglia di un Ultras della Fiorentina, mentre cercavo una spiegazione al come e cosa fosse andato storto nel progetto di viaggio.

Tra amici e parenti nessuno mi fa pesare questa cosa, tuttavia rimango per il 98% del tempo un “cagacazzi polemico”, a fronte di ciò questo è quello che ho pensato dopo la visione del documentario – ma vi invito ad andare a vederlo su YouTube per farvi un’idea vostra.

Ero immerso in 45’ di video-arte molto diversa dall’approccio “Herzoghiano” in cui speravo, senza possibilità, di conoscere e/o riconoscere appieno qualcuno degli artisti coinvolti. Con un’indiscutibile qualità, la quantità dei contenuti però mi avrebbe soddisfatto in 15’. Per questo, appena finito ho preso il telefono – eravamo a Firenze Santa Maria Novella – e ho chiamato il “referente” che mi aveva coinvolto: Marco Anulli.

Durante la chiacchierata con lui, esponendo quello che pensavo (grosso modo è quello che ho scritto sopra ma condito di “donca”, metafore poco valide e puzza di cesso del treno) mi si è spiegata la matassa in testa. Non era più assolutamente mio interesse recensire il documentario, questo stesso era passato assolutamente in secondo piano. Mentre Marco, in arte XIX, umilmente, si giustificava sul perché e percome delle discutibili scelte nella produzione del docu-video, mi sono reso conto che il fascino che provavo all’inizio per la faccenda era rivolto in toto all’entusiasmo con cui egli mi chiese la prima volta di recensirlo.

In quel momento ho deciso di intavolare la più onesta, umile e anti-autoreferenziale chiacchierata informale con i ragazzi di Augen, Licht, per capire cosa li avesse spinti alla formazione del collettivo stesso: come un gruppo di persone – di ragazzi veri – avesse deciso di buttarsi nell’avventura cross mediale e di come ne fosse poi scaturito qualcosa di così “presuntuoso”.

Mi ritrovo ora, circa una settimana dopo esserci sentiti, a fare una Skype call (in realtà su Whatsapp perché Skype è ‘na merda) con Marco e Leonardo, rispettivamente XIX e (parte dei) 124C41+.

Non perdo l’occasione per riportare ad entrambi quello che avevo anticipato al telefono, ossia che il documentario di per sé non mi convincesse un granché, perché sembra essere ripulito, tirato a lucido, esasperatamente perfetto-fighissimo-serissimo. ma ora provo a spiegarvi perché tutto questo, alla fine dei conti mi ha affascinato. Ad avermi affascianto non è tanto il documentario, che alla fine può soddisfare o meno i gusti del singolo, ma il concetto di impegnarsi per un prodotto serio, professionale e di qualità. Leonardo mi dice che «il collettivo non è nato da un’esigenza vera e propria, c’era già ed ha solo cambiato nome per poi assumere una veste più, diciamo, professionale». Il “tirato a lucido” che quindi percepivo e che non accettavo c’è, ma ha un valore più particolare.

«Noi c’abbiamo due gruppi Whatsapp – continua – “Augen Licht” dove ci limitiamo a formalizzare le decisioni riguardanti il collettivo e un altro, “GrigliateDomenicali”, dove diciamo le cazzate e ci diamo le punte per beccarci.»

Tutti abbiamo un gruppo di amici, un vero gruppo a cui non solo apparteniamo, ma che ci appartiene a sua volta e che necessariamente entra a far parte della nostra formazione: persone come noi con cui ci confrontiamo, scambiamo musica e facciamo le grigliate la domenica. Una sorta di comfort zone e fucina fertile di idee, dove ci si sente a casa e si tende alla collaborazione in qualsiasi ambito. Tutti, ancora, ci siamo trovati nella condizione di dover vestire un abito e mantenere un atteggiamento professionale “a verso”, come si dice.

Ecco, Augen, Licht vive nello stesso universo, dove il gruppo di amici “GrigliateDomenicali” si spoglia delle “cazzate”, maschera l’accento di Terni e si veste di un abito scuro ed elegante. Tutto molto professionale.

Non è tanto la necessità di farsi conoscere, di esporsi e presentarsi per i personaggi che non sono effettivamente (XIX, Au-Delà Du Soleil Noir, REA), ad essere motore del collettivo è la voglia di misurarsi con un mondo adulto, professionale, cui inesorabilmente andiamo incontro e che è tristemente regolato da modi, estetismi e canoni: perché allora non farlo bene?

Ok, in un primo momento (come è successo a me) il documentario può portarvi sulla cattiva strada, facendovi apparire tutti come super convinti, pieni di sé e serissimi, ma in realtà è questo il gioco. Per le cazzate ci sta “GrigliateDomenicali”, no?!

Le serate a bighellonare da Bell’Istanbul – il kebabbaro di fiducia – hanno prodotto, e si sono trasformate in qualcosa che non vale la pena di sgualcire solo per il gusto di riportare le personalità (inteso come sfera personale) nell’estetica del collettivo. L’intensità dell’organico ne risentirebbe. In linea di massima se ti interessa Augen, Licht vorrai scoprire di più, e il di più è proprio il fatto che dietro a questo macchinario tirato a lucido, alla Bedroom Community, c’è sempre quel gruppetto del Bell’Istanbul, ma che fa sul serio. Fare sul serio vuol dire partire dal desiderio di confrontarsi, aiutarsi, supportarsi senza sfruttarsi, ed arrivare ad obiettivi concreti, come nel caso di 124C41+ e REA che stanno lavorando ad un album insieme; o ai John Malkovich impegnati in un mini tour con i romagnoli San Leo; o ancora XIX e Au-Delà Du Soleil Noir assieme nella produzione di un disco.

Insomma, in fin dei conti mi sono dovuto piacevolmente ricredere.

Il documentario mi stava un po’ sulle palle perché, come detto, era in tutto troppo figo: mai un momento di cedimento, mai una birra da discount, mai una bestemmia e mai un momento di cazzeggio. Ma i ragazzi di Augen, Licht hanno assolutamente ragione ad aver voluto lasciare fuori dal loro manifesto, che spero li porti a vivere di questa loro passione, tutte le sfumature più personali. Ciò non li rende certamente meno umani e permette ai loro personaggi uno spazio e un’intimità che probabilmente al Bell’Instanbul non riuscirebbe mai ad emergere.

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