ATTRAVERSO “NO SOUND BUT THE WIND” RIPERCORRIAMO LA STORIA DEGLI EDITORS

- novembre 15, 2018

Gli Editors tornano in Italia il 29 Novembre 2018 e saranno a Bologna al Paladozza, per il Tour Europeo del loro sesto album “Violence” uscito il 9 Marzo 2018.

Violence“, nonostante il titolo è un lavoro molto più calibrato e cheto rispetto ai trascorsi ritmici ed energici e proprio per questo, per comprendere a pieno il viaggio sonoro proposto in questi anni dalla ormai nota band di Birmingham, vi suggeriamo in questa lettura di darvi all’ascolto delle tre versioni – realizzate in quasi dieci anni di carriera – di uno dei loro singoli più apprezzati e conosciuti: “No sound but the wind”, brano che in “Violence” viene riprodotto alla settima traccia.

“No sound but the wind” è arrivato alla fama attraverso la nota saga – pop cult – Twilight e nello specifico, come brano della colonna sonora del secondo film “New Moon” del 2009 (inutile far finta di non conoscerlo, le smorfie sono ammesse certo, ma tutti conosciamo i pallidi vampiri volanti di Stephenie Mwyer). La Band racconta che nel 2008 i produttori della Saga, sentendo il demo di presentazione del brano avevano da subito espresso il desiderio d’inserirlo come sountrack del film. A fronte di tale richiesta, Tom Smith, voce degli Editors, tagliando un po’ qua e un po’ là il testo, confezionò una nuova versione perfettamente in linea con quanto era chiamata ad accompagnare: i tormentati amori adolescenziali tra un’umana e un vampiro (e questo in poche, pochissime parole).


Sì, perché il testo originale racconta tutt’altra storia: “No sound but the wind” è stato scritto da Smith, all’incirca dieci anni fa e si ispira al romanzo post apocalittico “La Strada” di Cormac Mc Carthy – premio Pulitzer per la narrativa nel 2006. Tom Smith scrivendo questa canzone si concentra sulla figura del bambino protagonista che insieme al padre, nel romanzo, è sopravvissuto in una terra dove l’umanità sembra essersi persa, sgretolata nella polvere e nella desolata assenza di vita, dove l’istinto torna ad identificare la persona prima del proprio nome anagrafico. Il brano canta l’importanza dell’innocenza che nonostante la desolazione e l’assenza di una qualsiasi prospettiva, deve essere protetta:

 

If I say shut your eyes, son
If I say look away
Bury your face in my shoulder
Think of a birthday
The things you put in your head
They wont stay there forever
I’m trying hard to hide your soul, son
From things it’s not meant to see.

Nella versione originale (registrata solo nel 2010 al Rock Werchter) l’atmosfera è sorretta e creata dagli accordi al pianoforte di Smith che con la sua voce sa caricare e alleggerire l’enfasi di ogni verso e parola ed è perfettamente in linea con la proposta musicale degli Editors dei primi anni: toni sintetici profondamente Dark, lontano appannaggio della New Wave del passato che si carica poi di orchestrali sottofondi (ricordate “Smokers outside the hospital doors” nell’album “An end Has a Start” del 2007?).

Anche la versione inserita in “The Twilight Saga” mantiene come sottofondo il pianoforte, a cambiare è il testo già dalla prima strofa. Ad esempio: “The kiss oh the snow, The crescent moon above us…” si sostituisce al più crudo “We walk through the ash, And the charred remains of our country…” del brano originale.

“No sound but the wind” in “Violence” conserva il testo autentico ma in una versione strumentale molto più complessa, profondamente studiata. La basica melodia di quasi dieci anni fa, si carica dell’esperienza maturata dalla band in questi anni, la tesa atmosfera Dark a cui ci hanno da sempre abituati, si riempie di echi e di una sottilissima chitarra elettrica. Paradossalmente una versione molto più dinamica a mio parere, molto cinematografica.

Questa settima traccia è sicuramente specchio dell’intero sesto album proposto dalla band: un lavoro molto più maturo ed intimista, sicuramente Pop, dalle sonorità elettroniche ben calibrate e moderne, meno retrò.

Se all’ascolto dei primi album, si aveva la percezione di essere in corsa, di verso una metà sconosciuta e che da quell’arrivo dipendesse tutta una vita, ora se ci si dedica all’ascolto di “Violence” è come se tutto l’album suggerisse “una sosta”, come una pausa di comprensione in un intimo rifugio, in compagnia di tutto ciò che si ama e difatti, non a caso, troviamo ancora “No sounds but the wind” a ricordarci l’importanza della purezza, dell’innocenza e del futuro.

 

Costanza Ambrosi scrive per il Magazine di Radio Cult dei bellissimi focus su artisti conosciuti e sconosciuti. Visita il suo archivio per ampliare i tuoi confini musicali.


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